Siamo un paese senza padrone, o forse, con troppi padroni, il che comporta che se si votasse oggi saremmo una nazione senza maggioranza e quindi non in grado di governarsi nell’autonomia e libertà che da una democrazia ci si aspetterebbe. Demos ha condotto un sondaggio per la Repubblica nel quale è emersa la precarietà della situazione italiana; le stime delle intenzioni di voto danno il Pdl al 28% nei consensi, il Pd al 26%, il M5S al 21%. Dunque un mostro a tre teste, nessuna in grado di imporsi sull’altra e se così fosse le “larghe intese”, che furono un provvedimento di emergenza potrebbero diventare una prassi nel panorama politico.

Questi dati non fanno altro che riflettere un sentire comune riassunto perfettamente da quel “paese in bilico” pronunciato dal premier Letta. Ad oggi, infatti, sarebbe impossibile ipotizzare quali siano i futuri antagonisti della scena politica anche perché la necessità delle larghe intese non ha lasciato indenne l’elettorato che, comunque, almeno per il 50% si dice soddisfatto di questo governo e di questo premier, che il 60% riconfermerebbe.

Sostegno e fiducia nel governo che fondamentalmente, sempre secondo il sondaggio, si sviluppa nelle basi dei due partiti principali; Pd e Pdl dove la fiducia è al 60% nel primo e al 74% nel secondo. Questo dato risulta ancora più evidente ed in crescita nei partiti di centro dove la base è convinta del buon operato del governo all’80%. Fra i fun delle larghe intese ci sono anche gli elettori della Lega, questo fa si che solo Sel e Movimento 5 stelle siano insoddisfatti dello status quo.


L’80% degli elettori del M5S è contrario all’operato dell’Esecutivo Letta e non bisogna sottovalutare l’appeal che il movimento è ancora in grado di esercitare, perché se è vero che alle amministrative il risultato elettorale è stato un flop, dovuto probabilmente allo scarso radicamento nel territorio, sul piano nazionale è ancora una forza politica con la quale Pd e Pdl devono fare i conti per avere la leadership politica del Paese, sempre che la vogliano naturalmente.

Enrico Letta, quindi, guida una maggioranza divisa, più che condivisa, la cui volontà è mossa da spirito di necessità più che da reciproca fiducia. La decadenza di Berlusconi, su cui si esprimerà la Giunta del Senato mercoledì prossimo, non è ritenuta casualmente da una parte una conseguenza automatica di una legge ( elettori del Pd, del Centro, ma anche di Sel e del M5S) dall’altra è ritenuta “tentativo di eliminare un avversario politico” (elettori Pdl – e della Lega).

L’eventuale decadenza di Berlusconi, secondo le stime del sondaggio, non comporterebbe, almeno nella volontà degli elettori, l’intenzione di rompere le larghe intese tra Pd e Pdl, anche se la base del Pd non ha perso le speranze di poter stringere un’alleanza politica solida con il M5S. Alleanza che avrebbe il compito di guidare un nuovo governo qualora questo cadesse per mano del Pdl, viste le minacce fatte sulla possibile decadenza del Cavaliere.

In questo momento, comunque, il governo, secondo gli italiani, appare destinato a durare. Sicuramente, fino a fine anno (57%). Ma, probabilmente, anche di più. Oltre 6 mesi o perfino un anno (40% circa). Le vere risposte però cominceranno ad emergere da giovedì quando si saprà se la Giunta del senato ha deciso di far decadere Berlusconi o meno, non solo ma sarà rilevante anche l’elezione del nuovo segretario del Pd che darà la direzione programmatica verso la quale il partito democratico intende muoversi.

La forza di Enrico Letta, dunque, sembra dipendere, soprattutto, dalla debolezza degli altri soggetti politici, tanto i partiti della maggioranza quanto quelli dell’opposizione, ed è proprio questo il paradosso che permette al premier di proseguire la sua opera fra molte difficoltà, ma anche con molte possibilità di resistere. In fin dei conti le elezioni non sembrano così vicine; infatti nessuno, degli alleati, pare disposto ad affrontare le conseguenze di una crisi di governo, vista la contestuale emergenza economica e in uno scenario internazionale attraversato da venti di guerra.

L’unico che potrebbe avere interesse a voltare pagina, in effetti, è Matteo Renzi, visto che un terzo degli elettori, infatti, lo vorrebbe futuro premier, è risultato primo, fra i candidati proposti dal sondaggio agli intervistati. Supera di molto Enrico Letta (17%, al secondo posto, per numero di preferenze). Ad ogni modo essere indicato da un terzo degli italiani costituisce un risultato significativo, ma non un plebiscito anche perché Renzi è largamente superato da Berlusconi (ma anche da Alfano), fra gli elettori del Pdl. E da Monti, fra quelli del Centro.

Risulta nettamente primo, con circa metà delle preferenze, nella base del Pd (dove, tuttavia, Letta ottiene quasi il 29%). Ma anche fra gli elettori del M5S. Con oltre il 40% delle indicazioni. Quasi il doppio rispetto a Beppe Grillo. Il quale, evidentemente, appare, ai più, un interprete straordinario della protesta contro i partiti e le istituzioni rappresentative, ma pochi, perfino fra i suoi elettori, si azzarderebbero ad affidargli la guida del Paese.


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