L’emergenza rifiuti che mette sotto assedio un’intera città o il caos del traffico urbano provocato dallo stato di agitazione del trasporto pubblico locale sono eventi drammatici di cui sempre più spesso si occupano le cronache, lasciando uno strascico di generale sconcerto e non pochi interrogativi irrisolti.

C’è infatti da chiedersi dove stiano andando oggigiorno i servizi pubblici locali, il cui precario orizzonte si presenta da tempo senza regole stabili e prospettive certe per pianificare l’azione amministrativa.

In poche parole, quale scenario si sta preparando per la gestione dei servizi di pubblica utilità più essenziali alla vita sociale, quali la raccolta dei rifiuti urbani, il servizio idrico o il trasporto pubblico locale?


Si tratta di domande alle quali non è facile rispondere, per il fatto che, da circa un decennio a questa parte, le regole a presidio della gestione dei servizi pubblici sono mutevoli, e costantemente in bilico tra un processo di liberalizzazione rimasto incompiuto e un atavico regime di monopolio locale, ormai logoro e inadeguato.

Dopo il vasto clamore sollevato dal referendum popolare sull’acqua del 12-13 giugno 2011, sembra sceso un certo velo di silenzio sulle modalità organizzative per l’erogazione dei servizi pubblici, trattandosi di argomento che da qualche tempo non occupa le prime pagine dei giornali.

Si può osservare il referendum abrogativo del 2011 ha scardinato non soltanto la privatizzazione della gestione del servizio idrico, ma anche l’intero impianto normativo dell’art. 23 bis del DL 112/2008, ossia la disciplina organica di carattere generale che, a regime, avrebbe dovuto imporre a tutti i Comuni italiani l’obbligo di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a rilevanza economica con gara a evidenza pubblica.

Due anni fa il Governo, dopo soli tre mesi dal referendum, si era affrettato a colmare il vuoto normativo con le regole introdotte dall’art. 4 del decreto legge n. 138/2011, che in larga parte si richiamava ai principi generali della disciplina abrogata, protesa alla liberalizzazione dei servizi locali.

Questo tentativo del legislatore è però andato a vuoto, perché la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 199 del 2012 ha censurato l’intervento normativo, per aver sostanzialmente riprodotto l’art. 23 bis del DL 112/2008 cancellato con il referendum, violando così il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare, desumibile dall’art. 75 della carta costituzionale.

L’impulso per liberalizzare i servizi locali, in poche parole, ha fallito prima di riuscire a introdurre la benché minima dose di concorrenza nel relativo segmento di mercato, ma in questo peculiare ambito le acque sono ancora agitate e c’è da scommettere che l’argomento tornerà presto alla ribalta.

C’è da sapere infatti che il 30 settembre 2013 scadrà il termine entro cui i Comuni sotto i 30 mila abitanti dovranno alienare ai privati (o mettere in liquidazione) le società partecipate che gestiscono servizi pubblici locali, e che nel precedente triennio abbiano registrato anche un solo esercizio con il bilancio in perdita.

Tale obbligo normativo, contemplato dal decreto legge n. 78/2010, è categorico, ed è suscettibile di modificare in profondità la geografia dei soggetti gestori di servizi pubblici in Italia.

Tale obbligo, sorto quale misura di contrasto agli sperperi della spesa pubblica, è destinato a coinvolgere moltissime realtà locali, dacché su un totale di 8101 Comuni esistenti in Italia, i Comuni al di sotto dei 30 mila abitanti sono ben 7797.

Stando poi alle stime del rapporto sul coordinamento della finanza pubblica emesso dalla Corte dei Conti, oltre un terzo delle oltre tremila società pubbliche italiane ha chiuso in perdita uno degli esercizi compresi nell’ultimo triennio, e il 60 per cento di tali società risultano partecipate da Comuni al di sotto di 30 mila abitanti, tenuti, appunto, all’obbligo di dismissione societaria entro breve termine.

C’è da aggiungere – dulcis in fundo – che il divieto per gli Enti locali di detenere partecipazioni societarie oltre tale data non risparmia neppure le società pubbliche che gestiscono il servizio idrico, con la conseguenza che lo slogan “giù le mani dei privati dall’acqua” – assai in voga ai tempi dell’ultimo referendum – potrebbe tornare a farsi sentire, non più per fermare le gare per l’affidamento del servizio idrico alle imprese private, bensì per impedire la privatizzazione delle società comunali a marce forzate, che avrà presumibilmente luogo nei prossimi mesi.

Si tratta, con tutta evidenza, di argomenti cruciali e scottanti, che non riguardano soltanto i tecnici e gli amministratori pubblici locali, ma anche l’intera società civile, quanto mai interessata a ottenere rassicurazioni circa la politica degli investimenti, l’ordinamento tariffario e la manutenzione delle infrastrutture che rivestono un’importanza vitale per lo sviluppo del territorio e per la popolazione che vi abita.


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