Sembrava fosse giunta l’ora della scuola 2.0, dopo il registro elettronico, infatti, sembrava che anche i libri di carte sarebbero stati sostituiti dal corrispettivo informatico, l’ebook. Invece i tempi non sono maturi e con ogni probabilità se ne riparlerà per l’anno scolastico 2015-2016. Il rinvio, reso noto qualche settimana fa, è adesso confermato definitivamente visto che il 9 settembre al Consiglio dei Ministri, il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, presenterà un pacchetto nel quale sono contenute le norme relative alla digitalizzazione della scuola italiana.

La notizia, sempre nell’ambito dell’Agenda digitale, segue per altro quella relativa alla sottrazione di 20 milioni per il progetto di fornire la banda larga a tutti gli italiani entro il 2014, altro progetto che ha accumulato ritardo rispetto alla scadenza iniziale del 2013 fissata dal decreto Crescita 2.0. Ritardo di un anno che ha accumulato anche l’avvio formale dell’Agenzia dell’Italia digitale, visto che al momento non ne è stato ancora approvato lo Statuto.

Grande attesa anche per il Documento unificato, un nuovo documento che sintetizzerà carta d’identità e tessera sanitaria, e l’Anagrafe nazionale della popolazione, primo passaggio per semplificare la gestione dei dati dei cittadini per la PA. Negli ultimi mesi, a quanto pare, sui vari capitoli dell’Agenda ci sono stati solo rinvii e promesse.


Fra gli obiettivi “promessi” ci sarebbe anche la sistemazione della governance dell’Agenda, grazie anche al nuovo ruolo di regista assunto da Francesco Caio presso la Presidenza del Consiglio, al fianco dell’Agenzia diretta da Agostino Ragosa, il cui Statuto dovrebbe essere approvato dalla Corte dei conti entro settembre.

Il Governo, inoltre, garantisce che ci saranno, con la nuova legge Sviluppo, i soldi per banda larga, o meglio verranno ripristinati i fondi, e che gli ebook alla fine partiranno (adesso le scuole e gli editori non sarebbero pronte, dice il ministro Carrozza, e non si può puntare su “un solo software”).Non è tutto, entro fine anno arriveranno i decreti per il Documento unificato e l’Anagrafe nazionale. Al momento solo dichiarazioni di intenti dunque, praticamente miraggi.

La situazione di inerzia che questi rinvii comportano fa perdere circa 20 miliardi di euro di risparmi, oltre ad entrate superiori per almeno 5 miliardi in 3 anni per lo Stato; questi i dati stando ad uno studio della School of Management- Politecnico di Milano. In pratica, per dirla in parole povere, è come se stessimo perdendo l’ultimo treno utile per rimanere al passo con l’Europa sul piano digitale e in vari settori affini.

Banda larga a tutti, pubblica amministrazione più efficiente, meno burocrazia per cittadini e aziende, programmi didattici aggiornati nelle scuole. Secondo uno studio pubblicato ad agosto da MM One Group: solo la Romania è meno efficiente dell’Italia nel raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale 2020 stabiliti dalla Commissione europea. L’Italia è in ritardo per velocità di connessione alla rete (solo a luglio è stata avviata la prima rete nazionale in fibra ottica, di Telecom Italia), negli acquisti online (17 per cento della popolazione, contro la media europea del 45 per cento), per quota di Pmi che fanno vendite o acquisti online (4 per cento, media europea 13 per cento), nell’uso regolare di Internet (53%) e dei servizi di eGovernment (19%, media europea 44%).

Il decreto Crescita 2.0, che ha lanciato a fine 2012 il primo programma sistematico di Governo per l’Agenda digitale, doveva essere la risposta efficace al ritardo nazionale e si basava su un’idea: era possibile uscirne solo grazie a un pacchetto di azioni che modernizzassero l’Italia, imponendo una scaletta di cambiamenti, a cominciare dalle pubbliche amministrazioni. Cambiare lo Stato per cambiare l’Italia: doveva essere questo lo slogan, dall’alto, per rinnovare il sistema.

Le norme dell’Agenda digitale, del decreto Crescita 2.0 e non solo, tuttavia hanno subito la lentezza che contraddistingue l’amministrazione pubblica italiana. Sospetti dei suddetti contrattempi c’erano già nel decreto Crescita 2.0, a causa dell’eccessiva presenza di decreti attuativi e di una governance troppo frammentata per l’Agenda.Praticamente, il decreto mette troppe persone a decidere su come applicare le norme, peccato che l’Agenda digitale era nata appunto per superare questi retaggi.

I rinvii degli ultimi mesi erano insomma endemici alle norme precedenti. Risultato, “dei 51 provvedimenti dell’Agenda, l’Italia ne ha adottati soltanto cinque, mentre ben 22 non sono stati emanati nonostante sia scaduto il termine per la loro adozione (per alcuni, addirittura, da dicembre 2012)”, dice Ernesto Belisario, avvocato tra i massimi esperti di questi temi e curatore di un monitoraggio sistematico dello stato d’avanzamento dell’Agenda.


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