Sono serviti tre mesi per conoscere le motivazioni, ma ora finalmente le carte della sentenza Eternit sono state depositate. E il verdetto della Corte d’Appello di Torino è inequivocabile: Stephan Schmidheny, quando guidava il gruppo dell’amianto, aveva previsto tutto.

In migliaia, tra morti e ammalati, hanno subito i danni delle esalazioni dagli stabilimenti dove veniva lavorato l’Eternit. Lo scorso 3 giugno, la sentenza di secondo grado nei confronti dell’ex amministratore delegato della società ha inflitto 18 anni di reclusione a quello che viene ritenuto il principale responsabile di una tragedia, ancora oggi, causa di indicibili sofferenze tra chi è venuto a contatto con le sostanze mortali dell’Eternit. Il reato di cui gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli è quello di disastro ambientale doloso continuato, mentre le accuse di omissione di cautele antinfortunistiche sono cadute in prescrizione.

Le colpe di Schmidheny, così come quelle del defunto barone belga Louis de Cartier, starebbero, in primis, nell’avere fatto disinformazione circa la pericolosità dell’amianto anche quando questa era ormai nota in tutto il mondo”.


Motivazioni dure, che stanno alla base dell’inasprimento di condanna, rispetto alle decisioni del Tribunale di primo grado. Le prove che hanno complicato ulteriormente la posizione degli imputati, sono arrivate dalle sedi di Napoli-Bagnoli e Reggio Emilia, che in primo grado erano state ignorate perché il giudice aveva ritenuto come decaduti i tempi per un giudizio in merito.

Il surplus di pena, dunque, deriva principalmente dai 12 anni che sono stati riconosciuti e confermati per il disastro di Casale Monferrato, dove la crisi Eternit ha assunto le dimensioni di “un fenomeno epidemico che si è esteso lungo l’asse cronologico con durata pluridecennale”.

In questo modo, la condanna di secondo grado ha assunto le dimensioni dei 12 anni inflitti per quelle ragioni, più due per ciascuno degli altri poli di produzione. 

Dunque, il pubblico ministero Raffaele Guariniello, vede consolidarsi il suo impianto accusatorio, ormai arrivato alle soglie della Cassazione sulla base di prove ritenute schiaccianti nei primi due gradi di giudizio. Ora, la Suprema Corte dovrà esprimersi sulla correttezza dello svolgimento del processo e, se non dovessero essere rilevati vizi di forma, la condanna agli ambigui magnati dell’Eternit diventerà definitiva.

https://www.leggioggi.it/2013/06/03/processo-eternit-in-appello-la-condanna-piu-dura-la-pena-e-di-18anni/


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