Quella mattina l’atmosfera era depressa. I miei tre amici stavano riflettendo sul futuro dei loro figli, tutti adolescenti. Il figlio di uno dei due dottori aveva appena conseguito la maturità all’Istituto Agrario e non intendeva proseguire gli studi, voleva subito trovare lavoro ma ai vari colloqui richiesti alle numerose aziende agroalimentari della zona tutti gli dicevano che al momento le aziende in salute non assumevano, tutt’al più non licenziavano. La figlia del professore con la maturità liceale e la passione per gli studi umanistici ereditata dal padre voleva invece iscriversi alla Facoltà di Lettere, considerata da tutti una fabbrica di disoccupati ormai inutili. Il più costernato però era l’altro medico, il pediatra. Suo figlio, da sempre con forti difficoltà scolastiche e grandi abilità manuali, era appena stato bocciato al secondo anno dell’Istituto Professionale per l’industria e l’artigianato. Io ,che in Comune mi ero occupato di statistiche scolastiche, pensai di consolarlo dicendogli che la mortalità scolastica nel biennio degli istituti professionali regionali e nazionali specie tra i maschi è sempre stata molto elevata, dal 20 al 30% degli alunni, mentre nei licei era molto bassa specie tra le femmine, appena il 5%. Questa riflessione anziché consolarlo lo fece passare dalla tristezza alla rabbia contro tutti e contro tutto.

Contro i professori instabili e scollegati della scuola Media Inferiore, dove suo figlio aveva disimparato quel poco che sapeva dalle elementari, e che col pregiudizio del censo gli avevano consigliato l’iscrizione ad un liceo, incapaci di fare l’unica cosa che forse potrebbe essere utile in quegli anni, e cioè una accorta valutazione ai fini dell’orientamento professionale.

Contro l’Istituto Professionale dove si iscrivevano giustamente i ragazzi in difficoltà col sapere teorico dei testi scolastici, ansiosi per contro di confrontarsi col saper fare che si apprende nei laboratori e sulle macchine, e dove invece si scontravano con una serie nefasta di pregiudizi.


Il pregiudizio che la cultura del testo e il sapere teorico va comunque privilegiato, quasi che cultura fosse solo lo scritto e non le opere, quasi che la ricchezza artistica del nostro paese fosse determinata dai libri e non dai più grandi artigiani della storia di tutti i tempi. Il pregiudizio di una scuola pubblica pura, autonoma, indipendente e scollegata dal mondo delle imprese e del lavoro, che cieca procede a formare giovani professionisti inutili e incompetenti, mentre le imprese attendono invano configurazioni di operai ed artigiani che magari sono costrette a reperire all’estero.

Contro i politici insipienti che in tutti questi anni hanno legiferato riforme inutili su scuola elementare e universitaria, le sole in qualche modo competitive in Europa, e non hanno toccato i veri nodi critici dell’istruzione pubblica, la scuola media unica e le scuole professionali. Silenzio. Nessuno fiatava. Parole sante anche per il professore di filosofia, che ascoltava in religioso consenso. Francesco!!! il nome squarciò il silenzio e una mano si abbattè in quel chiassoso saluto sulla spalla del pediatra. Era Mario, il giovane con la sindrome di Down, impiegato dalla Cooperativa Sociale nella pulizia dei locali della stazione. Io sto bene, tu come stai?? disse Mario col più ampio sorriso sulle labbra al pediatra che lo aveva seguito sin da piccolo. Anch’io dal Comune conoscevo bene la storia di Mario e col pediatra pensai la stessa cosa. In fondo quel ragazzo diversamente abile aveva goduto di un percorso scuola-lavoro coerente e utile ed ora era felice ed abile di eseguire un lavoro. Perché non esistono lavori umilianti, umiliato è soltanto chi resta disoccupato ai margini della vita.


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