I dati Ansa parlano chiaro: Facebook e gli altri social network praticano il trucco di Google, cioè pagano le tasse dove più gli conviene e lasciano il fisco del nostro Paese o della Francia o della Germania con un pugno un mosche.

Le tasse vengono pagate solo dai mediatori, ovvero dai broker sulle royalty, il resto scompare.  facciamo un esempio,   i mediatori come facebook o Amazon prendono una percentuale sul fatturato ipotizziamo che questo fatturato ammonti a 100 milioni di euro, ebbene il  mediatore fatturerà la sua royalty e su di essa si pagheranno le tesse, ma il resto del fatturato non viene minimamente sfiorato dal fisco, scompare in nei paesi definiti  paradisi fiscali.

Il trucco c’è, ma non si vede


Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Services, le due controllate di Amazon, risultano di proprietà di Amazon Eu Sarl, che ha sede in Lussemburgo. Le due italiane hanno portato nel 2012 ricavi per 25,8 milioni di euro (rispettivamente 18,4 milioni e 7,4), ma hanno poi pagato in tasse , solamente, 950 mila euro, con un’aliquota effettiva che sta intorno al 4%, ed ancora, il colosso italiano di Facebook presenta ricavi per 3,1 milioni, ma li attribuisce quasi tutti a Facebook Ltd – Ireland e denuncia come imponibile italiano la somma di 132 mila euro. Pensate a quale     aliquota sono riusciti ad attribuire a se stessi questi di Facebook

I grandi colossi di Internet, presentano bilanci in cui le tasse risultano pagate fino all’ultimo centesimo, ma  non si precisa  dove sono  state pagate queste tasse, sicuramente in quei  paesi che hanno regimi fiscali,  per loro più convenienti.

 

In Francia  hanno trovato una prima soluzione

Gli editori hanno contestato a Google il fatto che fa informazione con i link dei vari giornali. Il colosso del web raccoglie  sulla sua home page un sacco di pubblicità e alla carta stampata non riconosce niente. Alle critiche di editori e giornalisti risponde così: «Siamo noi di Google a girarvi quattro miliardi di contatti al mese». Il presidente francese Hollande è recentemente intervenuto e  minacciando di dare applicazione a un certa legge , di cui molti, auspichiamo l’approvazione, ha   costretto Google e gli altri colossi del web ha pagare le tasse sui ricavi reali. Ci sono stati tre mesi di trattativa e alla fine quelli di Google si sono rassegnati a versare 60 milioni a un fondo che dovrebbe aiutare i quotidiani a sviluppare il loro lato Internet.

Anche nel resto del mondo ci si sta adeguando

In Brasile, hanno tentato di dar vita a una contestazione analoga, quelli di Mountain View hanno tolto dalla piattaforma le testate di carta. I tedeschi e gli svizzeri stanno comunque pensando a un qualche provvedimento che impedisca a questi ricconi di farla franca. Da noi, invece, sembra , che l’Imu e l’Iva abbiamo cancellato dalla mente dei governanti qualunque altro pensiero. Eppure, sia pure nella forma di una goccia nel mare, sarebbero bei soldi.

 Le strategie fiscali delle multinazionali sono finite anche nel mirino dell’ultimo G20 che ha dato pieno sostegno al piano dell’Ocse per combattere la prassi di spostare i profitti verso giurisdizioni fiscali più accomodanti. Sia tra i governi che tra i cittadini cresce infatti l’insofferenza verso le multinazionali miliardarie – da Apple a Google, da Amazon a Starbucks – che come esposto, attraverso una sofisticata pianificazione fiscale sono riuscite ad abbattere le loro aliquote fiscali. Così come cresce l’insofferenza da parte di tutte le case editrici d’Europa verso società come Google che si appropriano gratis dei contenuti informativi di quotidiani e periodici Come sul tema dell’elusione, la pratica perseguita da queste multinazionali per pagare meno tasse, anche sul fronte dei diritti di autore sono in corso in tutt’Europa profonde riflessioni per individuare il percorso più diretto affinché termini questo scippo che, oltre a cancellare posti di lavoro nelle case editrici, svilisce fortemente l’autorevolezza e il credito dell’informazione.

 


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