La situazione sull’Imu non è ancora chiara però sembra che siano state delineate le 8 possibili prospettive di risoluzione della tassa sugli immobili; si va dall’esenzione totale dell’Imu ad una sua riformulazione in base a certi parametri, che potrebbero essere quelli del valore catastale dell’immobile, del reddito del proprietario e della service tax e dell’applicazione dei valori Omi per il calcolo dell’imponibile Imu e della sua restituzione con un credito d’imposta o una detrazione da spendere ai fini Irpef. Non bisogna poi trascurare la voce imprese e la relativa tassazione sugli immobili di categoria D, i cosiddetti “capannoni”.

Il ministro Saccomanni ha predisposto un dossier – circa 100 pagine con tanto di dati, studi di fattibilità e commenti – che al momento è al vaglio del Governo che dovrebbe delineare una strategia comune entro l’8 agosto o al più tardi entro il 26 agosto, di rientro dalle ferie estive.

La cancellazione dell’Imu, almeno teoricamente, sarebbe la scelta più facilmente attuabile, ne godrebbero specialmente i redditi più alti e quindi non rispetterebbe il principio di equità, senza contare che allo stato costerebbe qualcosa come 4 miliardi a fronte di un risparmio medio di 227 euro per i contribuenti.


Prospettiva simile si avrebbe con l’aumento della detrazione base che, facilmente applicabile, andrebbe ad agevolare i contribuenti con rendite catastali più alte, senza calcolare che l’imposta sarebbe versata praticamente dai soli contribuenti delle grandi aree urbane,  svuotando le basi imponibili dei piccoli centri. Allo stato questa opzione costerebbe tra 1,3 e 2,7 miliardi a fronte di un beneficio medio dei cittadini compreso tra 3 e 500 euro.

La terza soluzione prevede l’incremento a 437, 508 e 618 euro della detrazione per abitazione principale graduata in base al valore della rendita catastale (650, 756 e 920 euro). In base alla misura prescelta, il costo per l’erario andrebbe da 1 a 2,2 miliardi. Se da una parte il sistema ne beneficerebbe in termini di progressività dell’imposta, a goderne sarebbero i proprietari degli immobili di minor valore e anche in questo caso i piccoli Comuni sarebbero privati quasi totalmente della loro principale fonte di gettito.

La proposta di una detrazione in base al reddito (uno “sconto” che sarebbe concentrato sui proprietari di abitazioni principali con reddito complessivo fino a 55.000 euro e con una rendita catastale oltre i 418 euro; e che prevede un aumento della detrazione di base da 200 a 280 euro, 330 e 400 euro,escludendo gli immobili con categoria catastale A/1, A/8 e A/9) costerebbe allo Stato circa 2 mld. Se tra i vantaggi ha il principio di progressività, tra i difetti vi è il rischio di agevolare gli evasori.

Altra possibilità rimane quella della detrazione in base all’Isee di 600 euro rispetto ai 200 attuali, sostitutiva rispetto ai 50 euro per figlio e decrescente alla crescita dell’indicatore. Tra i pro vi è sicuramente una modulazione dell’imposta sulla base della reale situazione reddituale e patrimoniale ma che potrebbe “costare” enormemente da un punto di vista burocratico.

La proposta di connettere il prelievo al valore catastale delle case (impiegando al momento i valori dell’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi)) costerebbe all’erario circa 2,3 mld, e se da una parte stabilirebbe l’avvicinamento ai valori di mercato, dall’altra dovrebbe fare i conti con le stime Omi che potrebbero indicare “valori di larga massima”.

Per quanto riguarda le proposte alternative all’Imu troviamo l’introduzione di una service tax che comprenda anche la Tares e che, dunque, sia versata anche dagli inquilini, con alcuni correttivi in base al reddito e al nucleo familiare. Il gettito complessivo di questa nuova imposta sarebbe di 4,3 miliardi e il costo attuale rispetto al sistema Imu+Tares sarebbe di 700 milioni.

Ultima ipotesi è quella di proseguire nell’applicazione dell’Imu sull’abitazione principale, con il recupero dell’imposta versata mediante il riconoscimento di una detrazione da far valere ai fini Irpef. Tra i pro il mantenimento dell’impostazione attuale dell’Imu; tra i conto il prestito forzoso infruttifero per il contribuente, con anticipazione al Comune di un’imposta rimborsata l’anno dopo dallo Stato. Il costo per l’erario sarebbe di 3,3 mld.

Per concludere, il capitolo riservato alle imprese per cui l’ipotesi più probabile potrebbe essere quella di una deducibilità dell’imposta ai fini dell’Ires e dell’Irpef. Un intervento che, in base ai calcoli del Mef, genererebbe un beneficio produttivo pari a circa 1,5 mld di euro con delle ripercussioni positive e immediate su 432 mila soggetti. Secondo i dati di Unico 2012, l’Imu pagata da soggeti non persone fisiche potenzialmente deducibile è pari a 7 mld di euro, ma a diminuire l’incidenza sul gettito per lo sconto Ires e Irpef saranno le oltre 224 mila imprese incapienti, che, essendo in perdita, non potranno nell’immediato beneficiare della deducibilità dell’Imu versata e pari a oltre 2,4 mld. Il beneficio maggiore arriverà, invece, per le imprese di capitali che potrebbero ottenere una riduzione del carico Ires e Irpef pari a 980 mln, che diventano 267 per le società di persone e 6 per gli enti non commerciali.


1 COOMENTO

  1. Per ognuna delle ipotesi manca la cosa più importante, come intendono trovare la copertura economica.

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