Ora, dichiarato illegittimo il decreto del Ministero dell’interno che, in attuazione della scellerata “spending review” ha tagliato alle province 500 milioni nel 2012 e 1,2 miliardi nel 2013 (1,7 miliardi in 2 anni, oltre il 14% della spesa complessiva delle province), daranno la colpa ai giudici del Tar Lazio.

La sentenza del giudice amministrativo romano, Sezione I-ter, 15/7/2013, n. 7022, sarà additata come la sentenza della Corte costituzionale, che ha rilevato l’incostituzionalità del riordino delle province sempre previsto dalla spending review: una sorta di ottuso attentato, da parte dei giudici, contro le illuminate scelte del Governo, volte verso il risparmio di risorse pubbliche.

Le cose, naturalmente, non stanno affatto così. Sia la sentenza non ancora pubblicata della Corte costituzionale, sia la pronuncia del Tar Lazio dicono, urlano, che il re è nudo. Rivelano, senza alcun dubbio di sorta, che Parlamento e Governo hanno intrapreso contro le province nulla più di una “guerra santa”, oggettivamente degna di miglior sorte, finalizzata al solo obiettivo di ottenere facile consenso mediatico, senza alcun rispetto per le istituzioni, la logica e, purtroppo, la Costituzione e le leggi.


Talmente forte era l’obiettivo di ricevere, nei bar, nelle edicole e nei crochi, applausi per l’abolizione delle province, che Governo e Parlamento non sono andati per il sottile, riuscendo in un solo provvedimento normativo, il d.l. 95/2012, convertito in legge 135/2012, la famigerata spending review, ad ottenere la bellezza di due illegittimità: una per violazione della Costituzione, l’altra per plateale errore nel sistema di computo dei tagli finanziari imposti alle province.

Il Tar Lazio è nettissimo: il Ministero dell’interno, ma prima ancora il legislatore, ha commesso un errore marchiano nel quantificare i tagli: essi avrebbero dovuto comprendere i soli “consumi intermedi”, cioè le spese dovute agli “input” necessari ai processi produttivi o, per essere ancora più chiari, le spese per il funzionamento degli uffici: luce, gas, acqua, canoni, appalti di pulizie e di servizio, approvvigionamenti, stipendi, indennità, consulenze e similari.

Invece, il legislatore prima, il Ministero dell’interno poi col DM 25/10/2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 6/11/2012, hanno tagliato non solo le spese per consumi intermedi, ma anche quelle per consumi “finali”, cioè le spese finalizzate alla produzione di servizi per i cittadini e, segnatamente, quelle per trasporti pubblici (le linee delle corriere), la formazione professionale ed il lavoro! Il tutto, proprio in una fase di crisi occupazionale devastante.

Solo su La Stampa di ieri il Ministro Giovannini ha mostrato di accorgersi che i tanto vituperati servizi per il lavoro, gestiti fini qui dalle province, sono totalmente sottodotati rispetto a qualsiasi altra democrazia occidentale competitrice dell’Italia: solo 500 milioni all’anno di finanziamenti, contro decine di miliardi di Gran Bretagna e Germania; solo 7000 dipendenti circa in Italia, a fronte di oltre 100.000 dipendenti in Germania. E poi, l’Isfol e tanti altri si meravigliano della minore efficienza dei servizi per l’impiego pubblici (computata sul solo dato della mediazione, valutata nel 4% dei posti di lavoro; si badi che le agenzie private mediano, sempre stando all’Isfol il 3%…).

Mentre, dunque, da un lato con ritardo imperdonabile ci si stracciano le vesti per il totale disinvestimento dell’Italia nelle politiche per la formazione ed il lavoro, nello stesso tempo, pochissimi mesi prima, si è permesso che si tagliassero esattamente ed ulteriormente proprio quelle funzioni, insieme con i trasporti. Per altro, in modo perverso, come sottolinea il Tar: infatti, il taglio “proporzionale” alle spese delle province, ha coinvolto anche le spese per consumi finali finanziate con trasferimenti finanziari provenienti dalle regioni per funzioni loro delegate e, di nuovo, proprio per trasporti, lavoro e formazione, che, dunque, hanno subito un duplice taglio.

Secondo il Tar Lazio è stato platealmente violato il principio di “leale collaborazione” tra istituzioni della Repubblica.

Non si può che convenire con questa ovvia osservazione del giudice amministrativo. Pur di ottenere il facile consenso di cui si parlava prima, Governo e Parlamento non si sono fatti scrupolo alcuno di tagliare, alla fine, esattamente le risorse indispensabili per la vita dei cittadini. Infierendo contro di loro in modo perverso. Molti disoccupati hanno dovuto vendere i mezzi di trasporto privato, per trovare qualche soldo. E con la “spending review” cosa si è fatto? Disinvestito sulle politiche del lavoro e della formazione e costretto le province a ridurre anche il numero delle corse dei mezzi pubblici, rendendo ancora più complicato per un disoccupato trovare un lavoro. Secondo la normativa, il disoccupato percettore di ammortizzatori sociali decade dal beneficio se rifiuti una proposta congrua di lavoro distante 50 chilometri in linea d’aria dal domicilio o raggiungibile coi mezzi pubblici entro gli 80 minuti: ma, queste cose, il Legislatore le sa? Oppure, come pare evidente, quando legifera, la mano destra ignora ciò che fa la mano sinistra?

Ascolteremo, comunque, per giorni urla e grida contro i magistrati, perché è evidente che il Governo attuale ed il Parlamento (nel quale forze politiche nuove arrivate hanno fatto dell’ideologia dell’abolizione delle province uno slogan vincente) non ha la minima intenzione di riconoscere i propri errori.

Si sposterà, dunque, l’attenzione. Invece di ammettere che l’operato di Monti, Grilli, Patroni Griffi e Cancellieri è stato totalmente disastroso, tanto da fruttare un giudizio di incostituzionalità ed un altro di illegittimità, si dirà che i giudici tirano indietro e vogliono ad ogni costo salvare le province dalla cancellazione, ostacolando la strada verso la modernità. Strada verso la quale il conduttore avrebbe dovuto essere quell’Enrico Bondi, autore principale della sciagurata, incostituzionale ed illegittima spending review, quello stesso signore assurto (fin troppo poco) agli “onori” della cronaca per le sue sparate sulle cause delle malattie cancerogene a Taranto.

In effetti, se tali sono i soggetti incaricati di operare scelte delicatissime, come la revisione della spesa pubblica, non c’è poi da stupirsi dei risultati. Bondi avrà acquisito molti meriti nel risanamento di aziende private, ma, come era logico ritenere, di amministrazione e contabilità pubblica non sapeva assolutamente nulla. La sentenza del Tar Lazio lo certifica.

E la pronuncia smentisce clamorosamente anche l’altra leggenda metropolitana, messa in giro con faciloneria da tanti altri soggetti, che i meccanismi della contabilità pubblica, della finanza locale e del sistema ordinamentale conoscono molto poco: la possibilità, cioè, che con l’abolizione delle province si otterrebbe un “risparmio” di 2 miliardi.

Se un taglio complessivo da 1,7 miliardi non è possibile, come spiega il Tar, perché finisce per incidere non sulle spese di funzionamento, bensì sulle funzioni svolte (per altro ampiamente sottodimensionate, come visto prima), lo capirebbe chiunque, semplicemente utilizzando lo smarrito buon senso, che le spese delle province sono “rigide”. Anche se si abolisce l’ente, i servizi che producono e che muovono una spesa di circa 11 miliardi, restano come sono: la spesa affrontata non può diminuire, se non si eliminano corriere, corsi di formazione, sostegni ai disoccupati, manutenzioni alle scuole superiori.

Ovviamente, di tutte queste semplicissime evidenze, il Governo ed il Parlamento non terrà minimamente conto (e del resto, ancora sugli scranni ministeriali siedono molti dei protagonisti della fallimentare spending review). Anzi, probabilmente il Governo darà corso ad una rivalsa, come quella contro la Consulta, che ha prodotto in tempi brevissimi, anch’essi degni di migliore sorte, il disegno di legge costituzionale di abolizione delle province.

Il re è nudo, dicono Corte costituzionale e Tar. Ma ormai tutti sono sordi. L’abolizione delle province va fatta: il consenso del bar e delle forze politiche neo entrate in Parlamento valgono più di ogni logica e di ogni legge. Tanto, “la colpa è dei giudici”.


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