Lui … uno stimato professionista con studio e carriera da commercialista avviatissimi.

Lei… un recente passato di detenzione per reati contro il patrimonio e licenza media.

In mezzo un divorzio durato dieci anni per il riconoscimento dell’assegno divorzile prima negato dal Tribunale, poi concesso in appello e confermato in Cassazione pochi giorni fa.


La “vita spericolata” allora premia?

Il vincolo coniugale della assistenza materiale è più forte di scelte personali discutibili e ispirate dal codice penale?

Per la Cassazione parebbe proprio di sì.

La sentenza in questione, n.16957 del 3.7.2013, ha completamente bypassato ogni valutazione sullo stile di vita dei coniugi, limitandosi a fissare un concetto già espresso in numerose altre sentenze che è quello dell’impossibilità di procurarsi mezzi economici adeguati.

Nessun rilievo per una serie di circostanze quali la responsabilità della ex moglie nel fallimento dell’unione o il completo disinteresse per l’unico figlio affidato in via esclusiva al padre.

Vale, anche in questo caso, la disparità reddituale e il “passato” da ex reclusa che rappresenta un limite, definito “oggettivo” dalla Cassazione, all’inserimento lavorativo.

Assegno divorzile concesso e valutato come assegno alimentare pertanto non ancorato alle disponibilità del marito ma solo allo stato di bisogno della moglie.

Giurisprudenza assolutamente costante in ossequio all’art.5 , 6° comma della L.898 del 1970.

A voi i commenti…


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