Spending review, tornare alla casella di partenza. La norma che chiedeva a Regioni, Province e Comuni di unificare le società municipalizzate, o addirittura di chiuderle, qualora si fossero manifestati sprechi e dispersioni di denaro pubblico a danno della collettività, è stata clamorosamente bocciata dalla Corte costituzionale.

Insomma, a ben vedere la norma pareva sacrosanta, soprattutto dopo i molti scandali dell’anno scorso che hanno coinvolto in particolar modo le Regioni. E invece, tutto resta com’è, nel Paese in cui le riforme durano lo spazio di qualche mese per poi riportare tutto allo stato iniziale. L’intento della legge era quello di ridurre almeno del 20% l’esborso degli enti pubblici per le società partecipate.

Il vulnus della riforma approvata nel novero della spending review 2012, per uno che doveva essere tra i fiori all’occhiello dei tagli adottati dal governo Monti, starebbe nel criterio indiscriminato prescelto per tagliare le spese in questi enti o agenzie reputate inutili.


La riforma “sopprime in modo indistinto tutti gli enti strumentali che svolgono funzioni fondamentali o conferite di Province e Comuni senza che questi siano sufficientemente individuati”,  secondo quanto indicato nella sentenza 236 della Corte costituzionale.

A presentare ricorso dinanzi alla Corte costituzionale le Regioni di Veneto, Lazio, Sardegna e Friuli Venezia Giulia. Così, i nove mesi di tempo concessi per evitare la soppressione di quegli enti non sottoposti alla cura dimagrante di Monti, ora svaniscono nel nulla, così come i propositi di riduzione delle spese.

Il problema rilevato dalla Consulta è quello che la norma in oggetto avrebbe effettuato tagli indiscriminati, a enti che volgono servizi o funzioni centrali per le amministrazioni locali o decentrate, senza individuare chi avrebbe dovuto prendere in capo tali compiti istituzionali e amministrativi.

“La difficoltà di individuare quali siano gli enti strumentali effettivamente soppressi e la necessità per gli enti locali di riorganizzare i servizi e le funzioni da questi svolte rendono il decreto sulla spending review manifestamente irragionevole”:  questa la sentenza inappellabile che la Consulta ha lasciato sulla spending review alle società partecipate.

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1 COOMENTO

  1. Il motivo per cui vogliono cambiare la Costituzione è proprio questo, cioè evitare che la suprema Corte avvisi continuamente Roma che non si può fare i gay col deretano degli altri. Vale per le partecipate così come per le province.

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