L’Imu sulla prima casa rappresenta il vero “motore” della riforma immobiliare. Proprio da esso infatti è partito il dibattito incentrato sul fisco del ‘mattone’ che attualmente, dopo la messa in panchina della prima rata, è tornato a vertere sul destino futuro dell’imposta. Il Pdl spinge l’acceleratore sulla rispettiva abrogazione, fatta eccezione per le abitazioni di lusso (categorie catastali A/1, A/8 e A/9) che non sono state nemmeno incluse nello standby di giugno. Al contrario, Pd e Scelta Civica prospettano soluzioni maggiormente “selettive” volte ad escludere dall’imposta soltanto una porzione dei contribuenti.

Dissimili sono anche le ipotesi messe sul tavolo in merito alle modalità previste per misurare le esclusioni, prospettando un loro collegamento al valore dell’immobile, all’Isee o ad altri parametri ancora. Attraverso la sospensione del pagamento della rata di giugno sono stati bloccati i versamenti anche per i fabbricati rurali e per gli alloggi degli Iacp e delle cooperative edilizie a proprietà condivisa. Il suddetto ampliamento ha fatto sì che il valore della rata sospesa si sia fissato a 2,4 miliardi di euro, allargando contestualmente anche la platea di immobili che sono in attesa della risoluzione definitiva.

La manovra revisionale del settore fiscale immobiliare preannuncia anche l’effettuazione di interventi sugli immobili delle attività produttive, prevedendo nello specifico l’immissione della deducibilità dell’Imu dal reddito d’impresa. Questa disposizione sarebbe anche motivata dalla necessità di scongiurare eventuali eccezioni di incostituzionalità, come peraltro già verificatesi per l’Irap, arrivando a toccare anche i soggetti Ires e quelli Irpef che svolgono un’attività produttiva. Dal momento che le risorse a disposizione vengono a dipendere anche dalle decisioni che verranno prese sulle altre imposte, l’unica cosa che rimane ora da capire è la natura effettiva della deducibilità.


In particolare, sono i capannoni, gli alberghi e gli ulteriori fabbricati di categoria “D” a scontare, da quest’anno, una crescita pari all’8,33% della base imponibile, per effetto di un aggiuntivo aumento del moltiplicatore previsto sin dalla norma istitutiva dell’Imu. Anche questa disposizione non costituisce  altro che un’ulteriore distorsione nella vigente disciplina di cui la riforma dovrà debitamente tenere conto. Tale incremento lascia invece fuori i negozi, i quali tuttavia avevano già subito una maxi-rivalutazione nel corso del 2012.


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