Salterà la testa di Alfano? E’ questa la domanda ricorrente intorno al caso di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, latitante fuori dal Paese d’origine, ricercato dalle forze di polizia di Nursultan Nazarbaev, attuale presidente della repubblica asiatica, che si è imposto alle ultime elezioni con il 95,5% dei consensi.

Alma Shalabayeva è la moglie di uno dei maggiori oppositori a quello che, anche secondo l’Ocse, è un presidente eletto secondo metodi ben poco democratici. Mukhtar Ablyazov, imprenditore milionario, noto alle istituzioni europee per un caso di presunta frode che era scoppiato qualche tempo fa nel Regno Unito, è sommariamente ricercato dal governo kazako per le sue posizioni politiche.

Dopo alcune indagini di intelligence, le autorità del Paese ex sovietico si convincono che il dissidente si nasconda in Italia, e ne chiedono la cattura tramite il proprio ambasciatore lo scorso 28 maggio. A ricevere la richiesta, il prefetto capo di gabinetto del Viminale Giuseppe Procaccini: dunque, uno dei fedelissimi dell’attuale ministro degli Interni.


Secondo le prime ricostruzioni, la notte stessa, 50 persone in borghese – in realtà agenti della Digos e della Squadra mobile della polizia romana – hanno fatto irruzione in una residenza di Casal Palocco, nei pressi di Roma, dove si sospettava fosse nascosto l’oppositore al leader kazako.

Tutto ciò, sarebbe stato possibile grazie a un’autorizzazione dell’Interpol ottenuta a tempo di record e a un’operazione coordinata nell’arco di pochissime ore tra vari dipartimenti. Peccato, però, che del latitante non vi fosse traccia: al suo posto, vengono fermate una donna e una bambina, che si scoprono poi essere la moglie e la figlia proprio di Ablyazov. Prese in consegna, le due vengono portate al Cie, dove resteranno tre giorni prima di essere rispedite, il 31 maggio, nel paese d’origine, tra le braccia del nemico giurato Nazarbaev, e dopo un’altra incursione nella sospetta tana di Ablyazov, il quale viene ricercato addirittura sottoterra per mezzo di un georadar.

A velocizzare le operazioni di rimpatrio della donna e della figlia – che viene riconsegnata alla madre solo in aeroporto prima della partenza – interviene anche il provvedimento di espulsione firmato dal Prefetto di Roma. Insomma, una spy story lampo che cozza e non poco con le lungaggini di cui è solita la burocrazia italiana e che, evidentemente, ha goduto di una qualche corsia preferenziale, come dimostra il pressing fruttuoso dell’ambasciatore kazako alle forze di pubblica sicurezza nazionali.

Secondo quanto trapelato, moglie e figlia di Ablyazov sarebbero state lasciate senza cibo per circa 15 ore dopo la cattura, in vista di un rimpatrio avvenuto a seguito di una girandola di contatti tra ambasciate, uffici immigrazione e istituzioni di tre continenti (la donna ha anche passaporto della Repubblica Centroafricana).

Infine, a distanza di oltre un mese, il caso esplode e mette il ministro dell’Interno sulla graticola: se venisse dimostrato che Alfano era a conoscenza dello svolgimento di questa extraordinary rendition che ha riportato la signora Shalabayeva e la figlia tra le grinfie del dittatore kazako, allora, il governo si vedrebbe costretto a perdere il proprio vicepremier, asse portante delle larghe intese che ne hanno concepito la nascita. Possibile, comunque, che a farne le spese sia qualche funzionario di Polizia, tra cui lo stesso Procaccini o Alessandro Valeri, capo di segreteria della Pubblica sicurezza, che non è riuscito a bloccare l’operazione.


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