Qualche settimana fa, nel pezzo L’indifendibile difesa dello spoil system di Giavazzi ci si permise di criticare le idee profuse dal professor Giavazzi, indefesso sostenitore di uno dei mali peggiori dell’amministrazione pubblica: lo spoil system.

Al di là dei molti ragionamenti per evidenziare l’antigiuridicità stessa dell’idea di Giavazzi (che evidentemente non conosce la giurisprudenza della Corte costituzionale in merito, oppure osserverebbe che la Consulta “tira indietro” e difende i privilegi), si osservò: “Sarebbe interessante se un editorialista così prestigioso del Corriere aggiornasse le sue cognizioni in tema di dirigenza pubblica e spoil system, evitando di scadere nella facile demagogia, per lo più instillando nelle persone convinzioni del tutto errate. Questo dovrebbe essere il compito di un intellettuale sereno. A meno che, qualche alto burocrate non abbia “pestato i piedi” al Giavazzi. Ma, allora, in questo caso, che agisca di conseguenza, tutelandosi nelle sedi appropriate. Senza piazzate generiche e poco fondate”.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, disse qualcuno. E non si sbagliava poi tanto. Nell’intervista su Panorama del 10 luglio, “Vi racconto la mia spending review bloccata dai dirigenti ministeriali”, il Professore conferma in pieno: “d. Sta dicendo che ad affossare il suo rapporto non furono le resistenze dei ministri, ma i funzionari dei ministeri? r. Si. Soprattutto quelli dello sviluppo economico, cui spetta la distribuzione dei fondi. I dirigenti cominciarono a sollevate obiezioni di ogni tipo. Si creò la classica situazione del vecchio detto sui tacchini e l’abolizione del Natale”.


Dal canto suo, il Professor Luca Ricolfi, nell’intervento riportato da Linkiesta “Ecco perché la spending review in Italia è un’utopia” fa eco racconta che venne invitato dalla regione Piemonte a dare il proprio irrinunciabile contributo alla razionalizzazione della spesa, ma di aver trovato un muro di gomma nei politici ma anche nei dirigenti, osservando: “Per riorganizzare, infatti, non occorrono solo dei buoni piani (che non ci sono, se non altro perché richiedono tempo) ma ci vogliono anche due altre cose fondamentali: una burocrazia non corrotta, e qualche ragionevole forma di comando nella Pubblica amministrazione. Oggi né l’una condizione né l’altra sono presenti in Italia. I dirigenti della Pubblica Amministrazione sono troppo spesso corrotti o semplicemente ignavi, mentre il personale è per lo più inamovibile (né spostabile né licenziabile), difeso dai sindacati e tutelato dalla magistratura oltre ogni limite di decenza. Nello stesso tempo, gli studi sull’efficienza della Pubblica amministrazione mostrano che, contrariamente a quanto si dice e si crede, i grandi sprechi non sono legati agli acquisti (le famose siringhe strapagate) ma all’eccesso di personale di troppe strutture, specie – ma non solo – nelle regioni del Sud”.

Insomma, ecco il monito: guai ad intralciare Giavazzi e Ricolfi e altri professoroni di tal calibro. Dirigente tu me provochi? Dirigente, me te magno!

Giavazzi e Ricolfi avranno certamente la loro parte di ragione e verità. Ma non si pongono il minino scrupolo nello scaricare interamente la responsabilità del mancato accoglimento dei loro piani o piani di lavoro sugli altri, senza chiedersi se, per caso, le loro proposte non fossero state accolte semplicemente perché, magari, incompatibili con la normativa o le regole vigenti.

E già. Ma i professori, specie se economisti, pensano che la dirigenza serva non a gestire nel rispetto delle regole, bensì a piegarle al comando del politico o al piacere dell’economista stesso.

Non si rendono evidentemente conto, questi professori, che la gestione della cosa pubblica risponde a regole del tutto particolari che nel privato non esistono: una spesa disinvolta, un taglio di entrata ellittico, una “riorganizzazione” molto manageriale ma contraria a legge ed ecco che scattano non solo le responsabilità civili e penali, ma anche quelle contabili, che incombono ad ogni passo ed attività svolta.

Cotanti economisti dovrebbero, una buona volta, invece che additare i dirigenti e i dipendenti pubblici, unendosi ad un coro gradevolissimo diretto da uno come loro, Brunetta, che a differenza di loro almeno si schiera politicamente in modo franco, proporre il cambiamento degli assetti normativi, prendendo atto che le regole le fa il Parlamento e che la responsabilità di norme e procedure di spesa ricade su chi legifera e governa, in primo luogo. Dirigenti e dipendenti pubblici, se corrotti o incapaci, possono e debbono essere sanzionati, ma non si risolve così il problema.

O si passa ad un ordinamento che regola la pubblica amministrazione con norme di stampo totalmente privatistico, oppure, cosa che appare più confacente, per evitare la corruzione e le spese assurde, legate ad iniziative ancor più assurde, si devono attivare controlli preventivi di legittimità e anche di merito.

Giavazzi e Ricolfi, pieni di sé, perché professori ed editorialisti di grandi giornali, pensano evidentemente di avere la verità in tasca e di emettere le loro sentenze contro chi pensano li intralci nei loro tentativi di approccio alla politica e gestione.

Che ne pensano, lor signori economisti, allora, di questa idea: perché non mettiamo come presidente del consiglio un professore, economista ed editorialista di grandi giornali, contornato da altri ministri a loro volta professori? Sicuramente, simile schiera di ottimati e padri della Patria, con un governo di un anno e mezzo circa sarebbe in grado di attivare la spending review, rilanciare l’economia e ridurre il debito pubblico?

Come dite? E’ già stato fatto ed è stato un fallimento? Ah, sì, vero. Ma la colpa è della dirigenza e dei dipendenti pubblici, non lo vogliamo capire.

 


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