Per il conto economico delle amministrazioni pubbliche si delinea un trimestre difficile che, durante la prima parte dell’anno, compie un passo indietro rispetto a quanto registrato nel periodo gennaio-marzo del 2012. Tra le uscite principali delle Pa quelle che pesano maggiormente riguardano i trasferimenti, contributi e le ‘prestazioni sociali’. I dati grezzi diffusi ieri dall’Istituto nazionale di statistica, a fronte di entrate che si presentano costanti rispetto a quelle registrate nel medesimo trimestre dello scorso anno, hanno infatti evidenziato spese più elevate. In questo modo, quindi,sia il saldo primario delle Pa, e cioè il netto della spesa per interessi, sia il saldo corrente risultano peggiorati.

Il peggioramento del deficit pubblico nel primo trimestre del 2013 è evidente: l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è pari al 7,3% del Pil, in crescita rispetto al 6,6% dei primi tre mesi del 2012. Il saldo primario, ossia il debito al netto degli interessi passivi, è risultato negativo per 9,6 miliardi, con una ripercussione negativa pari al 2,6% del Pil. Si delinea pertanto un peggioramento pari ad un punto percentuale rispetto al periodo intercorrente tra i mesi di gennaio e marzo 2012. Valutando, all’opposto, il dato che include la spesa per interessi, cioè il saldo corrente, il dato risulta negativo per 18,5 miliardi (in peggioramento dai -16,8 miliardi del 2012) per un’incidenza sul Pil del 5%.

L’affaticamento che pare contrassegnare il conto economico nostrano viene anche a dipendere dalla differente tipologia operativa che ha governato le entrate e le uscite della Pubblica Amministrazione. In tal senso, avendo sempre come punto di riferimento il primo trimestre 2013, le uscite totali risultano accresciute dell’1,3% annuo. L’Istat chiarisce che il loro rispettivo valore, rapportato al Pil, è aumentato in dodici mesi di 1,3 punti percentuali, toccando il 50% del Prodotto interno lordo contro il precedente 48,7%. Nello specifico, in riferimento alla differenti voci d’uscita si nota lo specifico aumento, pari all’1%, degli stipendi dei dipendenti, ma soprattutto emerge chiaramente la crescita (+2,3%) delle prestazioni sociali in denaro e delle ‘altre uscite correnti’ (pari al 2,6%), le quali incorporano i contributi ai prodotti e alla produzione, i trasferimenti sociali in natura, i trasferimenti correnti a famiglie, imprese e altre voci minori.


Hanno poi registrato una riduzione del 6% gli interessi passivi, mentre le uscite in conto capitale sono aumentate in termini tendenziali del 7,6%, nonostante si sia appurata una riduzione degli investimenti fissi lordi (-11,1%), grazie all’impulso di contributi agli investimenti, trasferimenti in conto capitale a famiglie e imprese, saldo delle acquisizioni e cessioni delle attività non finanziarie. In materia di entrate, invece, gli specialisti evidenziano un mantenimento invariato “rispetto al corrispondente periodo del 2012. Tale andamento è stato determinato, in particolare, dalla variazione nulla delle entrate correnti”.

Le ripercussioni della crisi economica possono riflettersi anche all’interno di quest’ultima voce. Le imposte dirette infatti sono cresciute del 3,2%, rimanendo tuttavia controbilanciate dalla discesa del gettito delle imposte indirette (-3%). In materia, infine, di pressione fiscale, si nota come nel primo trimestre del 2013 il carico del fisco su imprese e cittadini è arrivato al 39,2%, risultando superiore di 0,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Considerando poi l’andamento degli anni trascorsi, il primo trimestre si afferma come quello meno “oppresso” dal Fisco, essendo partiti nel 2012 al 38,6% e avendo successivamente toccato i massimi al 52% del Pil nel quarto periodo.


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