Sei condanne per omicidio colposo e sei assoluzioni “per non aver commesso il fatto”. Condannati i medici dell’ospedale Pertini, innocenti gli infermieri e gli agenti della penitenziaria. Si conclude così il primo grado del processo per la morte di Stefano Cucchi. Alla pronuncia della sentenza, è scaturita la rabbia dei familiari. Su tutte le pene per il momento ricade la sospensione condizionale. Dalla folla il grido è stato unanime: “Dov’è la giustizia? Assassini”. Cinque su sei medici imputati hanno subito la condanna per omicidio colposo: il primario Aldo Fierro alla pena di due anni, i dottori Stefania Cordi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo a un anno e 4 mesi. Rosita Caponetti a otto mesi per l’illecito di falso ideologico. Nei confronti dei tre agenti penitenziari, invece, nessuna condanna: tutti assolti per insufficienza di prove. Le accuse per i tre infermieri, infine, cadute tramite assoluzione con formula piena.

Per tutti i condannati, ad esclusione della Caponnetti, è stato anche sancito il risarcimento forzoso delle parti civili per 320mila euro: 100mila euro al padre di Cucchi, altrettanti alla madre, 80mila euro alla sorella, e 20mila euro ciascuno per entrambe nipotini. I medici sono stati poi condannati al pagamento delle spese legali sostenute dalla famiglia Cucchi. A contenere la collera del pubblico presente nell’aula bunker di Rebibbia sono dovuti intervenire carabinieri e poliziotti. L’amarezza di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, alla lettura della sentenza, si è tradotta in lacrime. Al legale Fabio Anselmo: “Io non mi arrendo, è una giustizia ingiusta”, ha ribadito la donna. E’ scoppiata in lacrime anche la madre di Stefano, Rita Calore; “Stefano è morto due volte”, ha commentato invece il padre. Prima del verdetto i familiari avevano dichiarato: “Ci aspettiamo una giustizia che sia in grado di riconoscere la verità: Stefano è morto per colpa di chi lo ha picchiato in carcere e di non l’ha curato e lo ha denutrito in ospedale”. Per i pm Stefano Cucchi, al contrario, “lungi da essere un giovane sano e sportivo, era un tossicodipendente con conseguenze sul suo stato fisico e sugli organi vitali che tutti possiamo immaginare. Soffriva di crisi epilettiche e sono stati documentati 17 accessi al pronto soccorso negli ultimi dieci anni”.

La famiglia del ragazzo, però, ha continuato fermamente a respingere queste valutazioni, riponendo fiducia nella sentenza di primo grado, “speriamo che ristabilisca la verità”, avevano così commentato i familiari. In attesa del pronunciamento l’auspicio di Ilaria Cucchi è stato quello di una giustizia coerente, “mi aspetto che dopo Ferrara, Bologna, Milano e Voghera anche a Roma la giustizia sappia essere rigorosa con se stessa. I sostituti procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loy, avevano chiesto la condanna per tutti i dodici imputati: per il dottor Aldo Fierro, responsabile del reparto di medicina protetta del Pertini, 6 anni e 8 mesi; per la dottoressa Stefania Corbi erano stati chiesti 6 anni; nei confronti di Luigi Preite de Marchis e Silvia Di Carlo, 5 anni e 6 mesi. Per gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, tutti scagionati dalla sentenza, la richiesta ammontava a 4 anni. A carico di Rosita Caponetti invece era stato ipotizzato il reato di falso e abuso d’ufficio, per lei la pena richiesta era di 2 anni. Nei confronti, poi, degli agenti di polizia penitenziaria, anch’essi beneficiati dall’assoluzione, erano stati proposti 2 anni. Ieri, invece, l’arrivo di un fulmine a ciel sereno, dopo quasi otto ore di camera di consiglio. Il pronunciamento dei giudici ha contrariato anche l’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo: “Tre anni fa avevo previsto questo momento. Questo è un fallimento dello Stato, perché considerare che Stefano Cucchi è morto per colpa medica è un insulto alla sua memoria e a questa famiglia che ha sopportato tanto. È un insulto alla stessa giustizia”.


Ha poi proseguito il legale: “Ho sempre detto fin dall’inizio che questo processo ci avrebbe portato al massacro. Abbiamo tentato di salvare il salvabile, ma la mia angoscia nata tre anni fa è terminata oggi. I medici sono stati condannati con pene lievissime. Stefano Cucchi è morto per colpa sua”. Si chiude così con amara delusione il primo capitolo di questa odissea processuale. Dopo il rinvio a giudizio disposto nel gennaio del 2011 e l’ufficiale avvio il 24 marzo dinanzi alla III Corte d’assise di Roma, il processo Cucchi ha visto infatti susseguirsi ben 45 udienze, 120 testimonianze, decine di consulenti tecnici nominati da accusa, parti civili, difesa, e persino una maxi-perizia ordinata dalla stessa Corte. La tesi accusatoria, è stata poi affiancata da quella avanzata dalle parti civili, sino a sfociare alle ipotesi difensive, con cui è stata presentata un’ulteriore ricostruzione dei fatti. Soltanto infine poi, è giunta le tesi dei periti che, nominati dalla Corte, hanno stabilito che la morte di Stefano fosse dovuta ad “inanizione”, “mancanza di cibo”,  riconducendo in tal modo la maggior parte delle responsabilità penali a carico del personale sanitario.  Le motivazioni della sentenza di primo grado saranno depositate tra 90 giorni, tuttavia ‘‘l’assoluzione dei tre agenti penitenziari -ha rimarcato il pm Vincenzo Barba- non ci lascia soddisfatti e sarà oggetto di nostra valutazione”. Sempre più probabile dunque il ricorso in appello della Procura. L’unica soddisfazione scaturita dal verdetto è stata quella degli imputati assolti. ‘‘E’ la fine di un incubo. La giustizia ha trionfato’‘ ha commentato Nicola Menichini, uno dei poliziotti coinvolti, ai margini del pronunciamento, mentre lasciava l’aula abbracciato alla moglie. Gioia anche per alcuni sindacati di polizia, nello specifico il Sappe e la Fns Cisl Lazio.

E’ una vittoria sia dal punto di vista umano che dal punto di vista professionale’‘ ha così recepito la sentenza l’avvocato Diamante Ceci, il legale di due dei tre infermieri assolti. A mantenere alti i toni esultanti anche Giuseppe Flauto, uno degli infermieri: ‘‘Per fortuna è emersa la verità che ha alleviato una sofferenza di quattro anni. -ha detto- E’ stata proprio una liberazione. Ringrazio l’avvocato, tutti quelli che ci sono stati vicini che sanno come sono andate le cose. Sanno come ci siamo comportati, abbiamo sempre fatto di tutto per aiutare questo ragazzo, non solo noi ma anche i medici. Questo però non è stato capito. Spero che anche i medici verranno assolti con formula piena’‘. I familiari di Stefano, però, non vogliono arrendersi, a cominciare dalla sorella Ilaria che, sempre in prima fila nella battaglia per rendere giustizia al fratello, all’uscita dall’aula è stata accolta da un applauso dei manifestanti: ”Non ti lasciamo sola’‘ è stato il commento che le hanno ripetuto in tanti. “Si tratta di una pena ridicola rispetto a una vita umana. -ha annunciato la donna- Sapevamo che nessuna sentenza ci avrebbe dato soddisfazione e restituito Stefano ma calpestare mio fratello e la verità così, non me l’aspettavo“. “Me l’hanno ucciso un’altra volta. Andremo avanti fino in fondo, troveremo la verità, chi è stato un fantasma a farlo morire?” ha incalzato la madre, Rita Calore. “Noi la verità la sappiamo” sono state le ultime parole di Ilaria.


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3 COMMENTI

  1. DUE MORTI DUE MISURE
    Stavo pensando alla morte ingiusta per investimento stradale e quella ingiusta per altri motivi. E mi chiedo da cosa dipenda la differenza di attenzione. Evidentemente un ruolo molto importante lo gioca la televisione. La signora che qualche giorno fa al volante del SUV ha trascinato per alcuni chilometri, dilaniandola, una giovane ragazza che andava tranquilla per la sua strada… cosa meriterebbe? Dipendesse da me la squalifica eterna dal contesto umano. Invece, forse, solo un po’ di arresti domiciliari. Deughis

  2. Anch’io penso che sia necessaria una riforma della giustizia. Fin troppo evidenti sono i suoi limiti. L’incapacità di trovare i Responsabili dovrebbe portare tutti noi ad una seria riflessione sulla questione.

  3. Questa sentenza riporta all’attenzione dei giuristi un tema spesso trascurato: il ruolo della vittima (e dei suoi famigliari) nell’evento reato.
    La dicotomia dei sentimenti che si sono manifestati alla lettura del dispositivo, più simili a quelli di un incontro tra tifoserie di squadre avversarie, mostra una radicale chiusura dei parenti della vittima verso la presunzione di innocenza e verso comunque l’angoscia di chi subisce – o ritiene di subire – un processo seppure incolpevole; dall’altro lato mostra una inspiegabile ed ingiustificabile isensibilità e freddezza degli imputati nei confronti dei sentimenti dei famigliari di Cucchi, che legittimamente si aspettavano giustizia, nel senso dell’individuazione di uno o più colpevoli.
    I famigliari della vittima non vogliono dei colpevoli qualunque, vogliono i colpevoli. Non vogliono delle assoluzioni, o meglio non è questa la loro rabbia, vogliono che i Giudici dicano loro chi ha lasciato morire il loro caro, o addirittura chi gli ha provocato lesioni che ne hanno causato la morte.
    Il problema forse allora e’ quello che affligge da tanti anni la nostra giustizia ed i processi piu’ famosi: come vengono fatte le indagini? Perchè si perseguono sempre unici filoni colpevolisti, con risultati spesso devastanti nel lungo periodo, quali ad esempio le assoluzioni in appello del delitto di Perugia ovvero il ribaltamento in Cassazione per il delitto di Garlasco. Forse è giunto il momento di una seria riforma della giustizia penale a partire dal momento più delicato, cioè quello delle indagini e degli organi di accusa.

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