La condanna che è giunta oggi in appello, per il solo imputato rimasto a rispondere della strage dell’amianto che ha delineato i reati di disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche, ha colto tutti di sorpresa. Nei confronti dell’imprenditore elvetico Stephan Schmidheiny la pena è infatti salita a diciotto anni di reclusione. Estinto invece il reato ascritto a Louis De Cartier De Marchenne, il barone belga scomparso due settimane fa all’età di 92 anni. Il pronunciamento di condanna è arrivato nel primo pomeriggio; il presidente della Corte, Alberto Oggè, ha letto il verdetto in aula alle 15.30 dinanzi ad una platea gremita di parenti delle vittime e pubblico curioso.

Superano infatti di gran lunga le 2.000 unità, le parti offese che si sono costituite parte civile in seguito alla diagnosi di patologie quali mesotelioma pleurici, e malattie da amianto come l’asbestosi, specificatamente contratte dopo aver prestato lavoro o semplicemente risieduto entro i territori dei comuni di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera. Il giudizio pronunciato in primo grado aveva decretato, per entrambe gli imputati, la condanna a 16 anni di carcere. La nuova sentenza, ora, prende nuovi risvolti e, oltre a sancire l’aggravio temporale, prevede l’estensione della responsabilità dell’imputato anche per le vittime di Bagnoli e di Rubiera, nei confronti delle quali invece la condanna di primo grado aveva interposto la prescrizione. Sono state numerose le persone intervenute a presidiare l’aula di giustizia, fin dalle prime ore della mattina.

Tra i primi a sopraggiungere, in attesa del verdetto, ci sono stati i rappresentanti dei sindacati di base Cub, immediatamente seguiti da una delegazione svizzera del Caova, da Losanna, e cioè un’organizzazione specifica di “aiuto e orientamento delle vittime dell’amianto”. L’esito della maxi vicenda processuale del caso Eternit, il cui arrivo era preannunciato per oggi, è stato dunque accolto con grande gioia dalla copiosa folla di manifestanti, tutti rigorosamente raggruppati davanti all’entrata del Palazzo di Giustizia torinese. “Schmidheiny, ti aspettiamo in Svizzera, citava perentorio uno striscione affisso alle palizzate dell’edificio. Le aspettative erano alte; poco prima delle 10.00, i giudici della Corte d’Appello di Torino erano già riuniti in camera di consiglio per deliberare.


Poco prima della lettura del verdetto, le ultime battute pronunciate dal difensore, Cesare Zaccone, sono state riservate alla posizione di Louis De Cartier, l’imputato belga, condannato in primo grado insieme a Schmidheiny, e oggi deceduto. A chiedere “l’estinzione del reato” è stato infatti lo stesso Zaccone, al quale si è poi congiunta la società Etex, responsabile civile. Per scongiurare l’accoglimento della proposta, implicante la cancellazione dei risarcimenti per numerose parti civili, “non c’e la prova evidente dell’innocenza di De Cartier Anzi, è il contrario. -ha replicato dai banchi d’accusa  Raffaele Guariniello- Chiediamo di non doversi procedere per ‘morte del reo’“. Tuttavia la replica è rimasta inascoltata.


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