10 miliardi: questo il valore dell’acconto Imu 2013, ed è proprio questa cifra che Stato e Comuni, da qui al 17 giugno mirano ad incassare. Una somma non distante da quella dell’anno scorso, ma proveniente da un differente mix di versamenti; sospeso il pagamento per l’abitazione principale, circa metà degli incassi, verrà erogata dalle seconde case, e quasi 3 miliardi dai fabbricati produttivi delle imprese, per i quali è attivo anche l’aumento automatico del moltiplicatore, che farà incrementare di circa 400 milioni il conto per le aziende.

L’iter per la conversione in legge il Dl 54/2013 è già cominciato alla Camera che ha deliberato lo stop dell’acconto su prima casa, terreni e fabbricati rurali, rimangono da risolvere problematiche rilevanti  in vista della riforma della tassazione sugli immobili, da ultimare entro agosto: il trattamento delle case date in uso gratuito ai parenti, la deducibilità dell’imposta dal reddito delle imprese, il riordino del prelievo sul mondo agricolo e la sorte della nuova Tares su rifiuti e servizi.

L’acconto Imu ha già un traguardo definito: 10 miliardi di euro, che lo Stato e i Comuni mirano a riscuotere nelle prossime due settimane, da qui al 17 giugno. La cifra è molto vicina a quella dell’anno scorso, ma cambia decisamente la distribuzione dei pesi tra i cittadini e le imprese. Tutti i proprietari di abitazioni principali salteranno il versamento, così come i titolari di terreni agricoli e fabbricati rurali. Per un totale di 2,4 miliardi in meno nelle casse pubbliche.


Le entrate ridotte, tuttavia, saranno compensate quasi perfettamente dai rincari sugli altri immobili: seconde case, uffici, negozi e aree edificabili, per i quali l’acconto dovrà essere calcolato con le aliquote comunali e non con quelle statali – solitamente più basse – usate un anno fa. Senza considerare l’incremento da 60 a 65 del moltiplicatore su capannoni, alberghi, cinema e altri fabbricati produttivi, che farà aumentare di circa 400 milioni il conto per le imprese.

Non incide molto sulla prima rata, invece, la tassazione delle abitazioni principali censite in categorie catastali di pregio. Dimore signorili, ville e castelli sono meno di 74mila in tutta Italia – su oltre 33 milioni di abitazioni iscritte in catasto – e si può valutare che non pagheranno neppure 40 milioni di acconto sulla prima casa.

Il fatto che il gettito dell’acconto sia simile a quello del 2012 dipende solo dalle modalità di calcolo impiegate quest’anno. In realtà, se la sospensione su prime case e immobili rurali si trasformerà in una vera esenzione, gli incassi dell’Imu 2013 saranno di 4,8 miliardi più bassi di quelli del 2012, e sarà necessario reperire risorse aggiuntive da altre fonti.

La decisione, comunque, dovrà essere presa entro il 31 agosto, secondo la road map tracciata dal Dl 54/2013, altrimenti, chi ha beneficiato dello stop dovrà metter mano al portafoglio entro il 16 settembre. A rendere il tutto più complicato, poi, ci si mettono anche le ipotesi di correzione al decreto governativo, che potrebbero allargare il perimetro delle agevolazioni, pur tra grandi difficoltà di copertura finanziaria.

Aspettando di vedere cosa accadrà nelle prossime settimane, ci sono alcuni punti fermi che guideranno i proprietari alla scadenza di lunedì 17 giugno. Il primo riguarda l’aliquota. Il principio di fondo è che si deve fare riferimento alle regole deliberate dal Comune nel 2012 e dividere per due l’imposta annua così calcolata.

La circolare 2/DF/2013, però, permette di impiegare anche le aliquote fissate quest’anno, se più favorevoli per il contribuente. A stretto rigore, questa chance verrebbe meno con la conversione in legge del Dl 35/2013 (debiti Pa). L’oggettiva incertezza normativa, comunque, consiglia di non sanzionare chi dovesse pagare con l’aliquota “sbagliata”.

Il secondo punto importante è che quest’anno l’acconto va versato tutto al Comune, senza quota statale. L’unica eccezione sono i fabbricati produttivi del gruppo D (esclusi i rurali in D/10) per i quali va fatta la divisione tra lo Stato (cui va metà del gettito calcolato ad aliquota dello 0,76%) e il Comune (che intasca il 50% del gettito derivante dall’eventuale maggiorazione, fino al massimo dell’1,06 per cento).

Per i fabbricati produttivi ci sono anche due nuovi codici tributo per la quota statale (3925) e comunale (3930). L’unica semplificazione, per chi è rimasto affezionato alle modalità di versamento dell’Ici, è la possibilità di pagare anche con il bollettino postale, che invece era precluso un anno fa.


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