Di abolizione delle province fin qui si parla moltissimo, ma ancora il passo finale non è stato compiuto. E per fortuna. Non tanto perché sia sicuramente più opportuno conservare in funzione l’ente intermedio tra comuni e regioni, l’unico in grado di gestire le funzioni troppo grandi per i primi e troppo territorialmente limitate per le seconde. Ma, soprattutto, perché le idee in merito sono davvero confuse e preludono ad un caos che finirà per devastare l’assetto istituzionale e creare nuova spesa. Esattamente come avvenne con la riforma del Titolo V della Costituzione, non a caso fortemente voluta dalla coalizione di sinistra, quella che con più disinvoltura effettua riforme istituzionali azzardate, che è facile profetizzare siano un fallimento, ma che, purtroppo, si confermano tali dopo un decennio circa. Proprio la gestione della sanità e delle regioni ne è dimostrazione lampante. Il Caos proviene da due figure di spicco del Governo. Da una parte il Ministro per gli affari regionali, il Carneade Delrio; dall’altro il sottosegretario al lavoro Dell’Aringa. Delrio persegue l’abolizione delle province con l’ottusa pervicacia tipica del gregario, che ha la grande occasione di mettersi in mostra. Come sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci ha sempre solo sfiorato l’empireo della grande politica, ma l’ombra di Renzi, alla cui corrente appartiene, è troppo scura e spessa per renderlo davvero visibile. Poiché alle cure di Delrio pare affidata la soppressione delle province, il Carneade ne sta approfittando per ottenere nei media quello spazio che il suo ruolo e la sua figura e il suo carisma mai avrebbero ottenuto. Abolire le province è quanto di più populistico e facile. Dunque, il Carneade non perde l’occasione per ribadire il comandamento, il mantra, proveniente anche dal suo capo corrente, Renzi. Che nella politica si è lanciato, però, guarda caso, da presidente della provincia di Firenze. Ora, delle due l’una: o Renzi chiede a gran voce (anche grazie al megafono del Carneade) l’abolizione delle province per rincorrere Grillo al rialzo; oppure, da presidente della provincia ha potuto constatare l’effettiva ed irrimediabile inutilità dell’istituzione. Poiché Renzi, con molti altri populisti a buon mercato, dice che le province vanno abolite in quanto inutili, tutti aspettiamo che restituisca 5 anni di lauta retribuzione come presidente, evidentemente sprecata nell’inutilità dell’ente presieduto. Ma qualcosa lascia pensare che mai Renzi farebbe questo alto gesto di coerenza contro i costi e gli sprechi della politica… Il Carneade Ministro degli affari regionali, nel riprodurre in play back le affermazioni del capo corrente Renzi, secondo un lancio Ansa “in una intervista al Corriere della Sera il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrioha spiegato che il Governo abolirà le province, che certamente nel 2014 non ci saranno più. Il Ministro ha affermato anche “che si terrà conto della decisione della Corte Costituzionale, attesa all’inizio di luglio, che dovrà dire se è legittimo trasformarle in enti di secondo livello senza elezione diretta dei componenti. Ma intanto il governo andrà avanti, anche perché “se si blocca tutto io non ci sto. Il ministro delle cose inutili non lo voglio mica fare”. Comunque, niente “licenziamenti”. I dipendenti, chiarisce Delrio, “saranno redistribuiti tra uffici regionali e comunali a seconda delle funzioni”. Poi ci sarà “un processo graduale”, perché la Pa va nella direzione generale di avere meno dipendenti ma “bastano i pensionamenti, non servono gli esuberi. Col ministro D’Alia ne parleremo presto”. Intanto bisogna “prima di tutto eliminare le Province dall’articolo 114 della Costituzione. Serve una legge costituzionale, un articolo appena anche se con due letture parlamentari. Si potrebbe persino presentarla prima dell’estate”, separata dal complesso delle riforme costituzionali cui sta lavorando il ministro Quagliariello, perché “questa è una modifica sulla quale siamo tutti d’accordo, sul resto ci sarà molto da discutere”. Insieme servirà “un disegno di legge o un decreto per scrivere le nuove regole, anche questo da presentare prima della pausa estiva”. E aggiunge: “Naturalmente ci confronteremo con le Province non solo sui dipendenti, ma anche sui patrimoni e sulla fiscalità. Chi meglio di loro conosce i problemi? Il vero nodo da sciogliere, però, riguarda le funzioni”. Un capolavoro di protervia e di diritto “creativo”. Da un lato, il Governo afferma di voler ascoltare le province e tenere conto della sentenza con cui la Corte costituzionale deve pronunciarsi circa la (sicura) illegittimità costituzionale delle scellerate manovre di riduzione delle province, attivate da Patroni Griffi (un fallimento assoluto, naturalmente premiato col posto di Sottosegretario alla presidenza del consiglio); dall’altro, però, afferma che andrà avanti lo stesso. Dunque, nella realtà del parere delle province e della sentenza della Consulta, il Governo o Delrio non sanno che farsene. Troppo grossa l’occasione di diventare celebri: “fame”. Delrio, infatti, mica può essere il “ministro delle cose inutili”! Chi non aspirerebbe, in effetti, a far scrivere sul proprio epitaffio: “abolì le province”. Perché, secondo Delrio, abolire le province è, evidentemente, una cosa utile. Ma non ha mai spiegato perché. Anzi, in precedenti (coerentissime) dichiarazioni, ha detto che l’ente di area vasta, intermedio tra regioni e province deve esserci! Come in Germania, ove sono presenti 100 città metropolitane. Fa niente se in Germania sono vive e vegete e prosperano le province, cioè i landkreis, come in tutta Europa, unica eccezione (se si escludono Nazioni non grandissime come Andorra, Liechtenstein e Città del Vaticano) è Cipro. Proprio un’ottima pietra di paragone. Comunque, il mantra è abolire. I mantra e gli slogan sono cose semplici, da vendere facilmente al popolo. Ma, a forza di semplificare “involgarendo” il inguaggio, i populisti a buon mercato pensano anche si semplificare l’ordinamento ed il diritto. Delrio non si fa alcun ritegno (e dire che è stato sin qui sindaco…) di affermare che per eliminare le province basti cancellare la parola dall’articolo 114 della Costituzione. Insomma, un tratto di penna, uno schiocco di dita e .. puff! Province, via! Nemmeno uno studentello imberbe alle prime armi di giurisprudenza potrebbe pensare davvero ad una cosa simile. Ed infatti, Delrio chiude la non poco contorta dichiarazione con un lampo di lucidità affermando che occorre “confontarsi” sui patrimoni e la fiscalità. Confontarsi? Come se fosse una negoziazione tra Stato e province, come se fosse, insomma, una questione tra enti, privata. Il patrimonio e la fiscalità sono il problema immenso, che rende velleitaria ogni abolizione delle province, se non li si affronta non alla luce di un “confronto”, ma con approfondimenti tecnici molto seri. Le province hanno un patrimonio immenso: strade, scuole in particolare. Poiché Delrio ancora pensa che parte delle funzioni possano andare ai comuni (in barba all’esigenza dell’ente di area vasta…), come si può immaginare di frazionare il patrimonio di poco più di 100 enti tra quello di oltre 8000 enti? E’ così che si immagina di “razionalizzare” l’ordinamento, violando ogni elementare principio di economia di scala? In quanto alla fiscalità, la cosa è ancora più complicata: le province spendono 11 miliardi (contro i 79 dei comuni) ed, ovviamente, traggono dalla finanza locale, oltre che da trasferimenti – quasi azzerati – statali il loro finanziamento. Anche in questo caso, ripartire i finanziamenti di 100 tra 8000 è solo velleitario, insensato, contrario a qualsiasi regola economica. Ma, oltre alla finanza, c’è anche il problema del patto di stabilità: quanto le regioni ed i comuni saranno contenti di accollarsi il carico di 500 milioni di debiti delle province e la spesa in conto capitale di quasi 4 miliardi, se non si rivede completamente il sistema del patto, che come è noto penalizza moltissimo proprio la spesa di investimento e il gravame dei debiti? Un delirio, quello di Delrio. Una cosa comica, se non fosse tragica, immaginare che un tratto di penna modifica l’ordinamento, o abolire le province sostanzialmente impegnativo quanto chiudere una tabaccheria. Meno male che il Ministro ammette che sarà necessario un processo graduale… Ma, mentre il Carneade con l’occasione d’oro della celebrità fa strame del diritto e dell’organizzazione, dal Governo un’altra voce sostiene che occorre potenziare i centri per l’impiego. E’ il sottosegretario Dell’Aringa, che si esprime in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore il 26 maggio afferma: a)                  occorre potenziare i centri per l’impiego, assegnando loro un quantitativo di personale tale da poterli fare competere con le forze degli analoghi uffici europei (in Germania vi sono 7 volte tanto dipendenti, ad esempio), utilizzando la mobilità volontaria dei dipendenti, in conseguenza della spending review operante presso le amministrazioni centrali; b)                 occorre utilizzare anche personale provinciale (56.000 dipendenti) visto che le province, con le risorse ridotte al lumicino stanno per chiudere. Peccato che il sottosegretario non è stato evidentemente chiaro nell’intervista. E sì, perché i centri per l’impiego sono uffici delle province, mica amministrazioni autonome. Trasferire i dipendenti statali ai centri per l’impiego, a oggi, così come (giustamente) potenziarli, significa, allora, voler potenziare le province. D’altro canto, immaginare di potenziare uffici delle province, col trasferimento di personale delle province (ipotesi b) di Dell’Aringa) è solo dadaismo. Oltre tutto, dei 56000 dipendenti provinciali, una buona metà con i centri per l’impiego avrebbero poco a che spartire: sono moltissimi, nelle province, gli operai, i tecnici, gli ecologi, i geometri, gli urbanisti, nonché le guardie di polizia provinciale (talvolta identificati con i “forestali”). Lo capirebbe chiunque che non sono professionalità di alcuna utilità per le funzioni legate al mercato del lavoro. Le idee di Dell’Aringa, combinate con quelle di Delrio sono ottima (tragica) testimonianza del caos inestricabile che deriverebbe dall’abolizione delle province, così come la stanno pensando i membri del Governo: una pura e semplice operazione di captazione di consenso del popolo, senza alcun ragionamento serio, né dell’utilità, né del rapporto costo benefici. E, ciliegina sulla torta, un terzo componente del Governo, il Ministro dell’istruzione, Carrozza, che ogni giorno minaccia di dimettersi (restando saldamente assisa alla poltrona) se non otterrà maggiori fondi per l’edilizia scolastica. Altro segnale di caos: l’edilizia scolastica non è competenza del Ministero dell’istruzione, ma per le scuole fino alle medie è competenza dei comuni, mentre per le superiori sono competenti… tiriamo a indovinare? Le province. Dunque, i soldi occorrerebbe darli al famoso ente moribondo. Ma, se non si danno alle province, a chi? E’ pur vero che le province, per quanto costituiscano il più antico ente amministrativo italiano, possono sicuramente essere abolite. Ma, contrariamente a quanto spacciano Delrio e altri soldati del populismo, esse gestiscono fondamentali funzioni, solo per restare a Dell’Aringa e Carrozza, lavoro ed istruzione. Ecco, appare assurdo non tanto che si voglia abolire le province, ma che si proceda a testa bassa, ignorando i fondamentali del diritto e dell’organizzazione, senza curarsi di determinare – ben prima che le province si aboliscano – quale ente dovrebbe subentrare loro, sulla base di quale riforma non solo ordinamentale, ma anche di finanza locale, del patto di stabilità, di contabilità e sulla base di quale processo di successione nella titolarità nelle centinaia di migliaia di rapporti contrattuali. Ecco perché l’intento di abolire le province desta preoccupazione. Non tanto e non solo perché si fa carne da macello di enti che, alla fine, incidono nella spesa dello Stato solo per l’1,37% e per risparmiare i costi della politica (non più di 200 milioni tra gettoni e indennità per presidenti, assessori e amministratori, nonché loro segreterie e dirigenti cooptati), meno dello 0,0000024. Auguri.


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9 COMMENTI

  1. Caro Oliveri, in altri Paesi queste considerazioni sarebbero addirittura banali, in Italia sono uno sprazzo di buon senso in un mare di demagogia, spesso in totale malafede.
    La mia previsione è che tra qualche anno ci troveremo a fare i conti con comuni, unioni di comuni, consorzi di comuni per la gestione di servizi ex-provinciali, città metropolitane, consorzi di bonifica, regioni micro/macro, istituti per le case popolari, camere di commercio ecc ecc e per capire la competenza di un pubblico servizio dovremo rivolgerci al Consiglio di Stato, peggio di adesso insomma. Era troppo difficile usare le Province (e sottolineo usare) per comprimere una pletora di organismi e funzioni che hanno base territoriale provinciale!? evidentemente sì!

  2. Non si può che convenire con Luigi Olivieri, uno dei pochi in questo marasma a non inseguire semplicistici populismii catodico-mediatici sempre più urlati.

  3. Davvero encomiabile questa acuta e precisa analisi!!!

    Credo che cui sia poco da aggiungere…

    Ormai è chiaro…se la prendono con le province…poco più di 100 enti…poco più dell’1% di spesa sul bilancio dello stato (soldi che servono per gestire funzioni e servizi)..eppure sono loro IL GRANDE PROBLEMA ITALIANO…non il Porcellum, non l’economia a rotoli, non una giustizia davvero efficiente, non la disoccupazione giovanile, non niente…PROVINCE-PROVINCE E ANCORA PROVINCE…IL MALE DA ESTIRPARE!!!

    Ma qualcuno (con quoziente di intelligenza accettabile) è a conoscenza che trasferendo i dipendenti, le funzioni, le competenze, il patrimonio, i beni e tutto quanto..ad altro ente, non porterà ad alcun risparmio?????????????????????????????????????????????

    Qualcuno è a conoscenza, reale, del post-abolizione, cioè è stato fatto uno studio serio se l’abolizione porterà a caos e disservizi???
    Si possono abolire 100 enti per crearne almeno 1000 o più (ipotesi consorzi) senza né testa né coda, con il risultato che il territorio di AREA VASTA (di cui in tanti si riempiono la bocca) sarà uno SPEZZATINO AL RAGU’???

    Le funzioni delle province non possono essere esercitate né dalle regioni (entità troppo centraliste) né dai comuni (entità troppo minuscole seppur più vicine ai territori, ma non è possibile per un comune occuparsi di certe cose)…né tanto meno dai consorzi (troppa diversità sociale, orografica, economica per creare tanti consorzi al posto di una singola provincia col rischio di spezzettare i territori in entità separate e distinte senza alcuna identità).

    DAVVERO ASSURDO…Quanto è utile la provincia nessuno l’ha capita…se poi è vista come ente INUTILE, allora mi chiedo quanti comuni o regioni vengono visti allo stesso modo, almeno le province sono 100 e non credo che sono viste tutte come inutili, atteso che esistano gli enti inutili, giusto per puntualizzare. Gli enti devono funzionare e per farli funzionare non è necessaria l’abolizione, anzi rappresenta una sera piuttosto che una riforma!!!

    Una cosa però la voglio dire:

    Gli oltre 56.000 dipendenti provinciali dovrebbero svegliarsi seriamente, è giunta l’ora, non possono aspettare che tutto si aggiusti e che tutto sfumi…devono manifestare pacificamente e democraticamente. SVEGLIATEVIIIIIIIIIIIII…

    Ogni dipendente, poi, si informi sulle posizioni dei sindacati e dei partiti, al fine di valutare nelle urne e non solo, chi scegliere alle prossime elezioni e se mantenere tessere e quant’altro.

  4. dopo aver letto su altre fonti di informazione imprecisioni incredibili sulle province finalmente un articolo scritto in modo serio e documentato, complimenti all’ottimo Luigi Oliveri.

  5. DELLA SERIE LE RIFORME INUTILI E COSTOSE
    Io un’idea ce l’avrei: mettere in barile dell’ Aringa, Delrio spedirlo in Amazzonia, la Carrozza sistemarla in pizzeria. E per Letta ? Basta la data ! Deughis

  6. Dirigente di 2° fascia di ente locale che “guadagna” tra i 70.000 e gli 80.000 euro lordi l’anno. Ed è fra quelli che prendono meno…sono da sempre una moderata, ma andrei volentieri in piazza con i forconi, eh si’. D’altra parte, guai a toccare vassalli e valvassori di quei fortini politici che sono enti locali e ministeri; si intendono i dirigenti, ovviamente, perchè i dipendenti di 5° e 6° livello hanno retribuzioni di gran lunga inferiori; da sempre. E ora la beffa del blocco degli stipendi. Ma dai, che me la prendo a fare…..

  7. Leggo il commento e capisco come la politica possa dire e fare quel che vuole. La conoscenza delle problematiche è superficiale, l’informazione limitata a slogan. Da qui un popolo che si costruisce una realtà dei fatti falsa, inesistente.
    L’organizzazione delle funzioni e delle competenze è questione complicata e deve essere ponderata in tutti gli aspetti. Non voglio entrare nel merito del commento precedente. Di certo sull’edilizia scolastica degli istituti superiori, una delle funzioni svolte dalle Province, evidentemente si ha una visione molto limitata. Non si tratta di pagare una bolletta della luce, ma programmare interventi in una visione complessiva dell’edilizia scolastica. Che deve essere svolta da un ente sovracomunale, a meno di non riportare tutto alla Regione, allontanando ancor di più decisioni e risorse dal territorio. Così come nessuna delle funzioni sovracomunali delle Province possono essere parcellizzate nelle Unioni o Consorzi di Comuni. Questi sono costituiti su BASE VOLONTARIA. Il che significa, per esempio, che un Comune destinerà risorse per una certa funzione solo se direttamente interessato. Ma servizi e funzioni HANNO NECESSITA’ DI CERTEZZA NEL TEMPO che non può dipendere dall’umore di questo o quel Sindaco. Chi ha a che fare con le Unioni di Comuni sa perfettamente come (non) funzionano.
    Il fatto è che nessuno vuole davvero una RIFORMA SERIA. Ciò che si vuol fare è un intervento di facciata, per mantenere sostanzialmente il sistema invariato in un caos di indeterminatezza delle cose da fare e di chi le deve fare. In questo caos continuerà a sguazzare la politica. Per questo ci si deve ribellare alla farsa dell’abolizione delle Province, sino a quando non presenteranno una VERA RIFORMA, che faccia tabula rasa di oltre 7000 enti sconosciuti, partoriti nel sottobosco della politica. Ma come lo fai capire alla gente?

  8. Qualsiasi amministrazione pubblica per realizzare opere di investimento si indebita. 500 milioni di indebitamento sono una goccia nel mare dei 2000 miliardi di debito, contratto prevalentemente da Stato e regioni. Di che parliamo?
    In secondo luogo, le province hanno sì le risorse per gestire l’edilizia scolastica, in barba ad un legislatore che su un totale di una spesa che incide per l’,137% sul totale della spesa pubblica statale, ha previsto tagli al fondo sperimentale di sviluppo delle province, per circa 2 miliardi, con la spending review. Una percentuale di tagli quasi del 20% sul totale della spesa. La domanda è: perchè non si taglia anche del 20% la spesa di Stato (182 miliardi), regioni (168), comuni (72)? In un colpo, si riolverebbero davvero le questioni connesse alla spesa pubblica. Ma, evidentemente, si vuole conservare lo status quo, sbandierando riforme come l’abolizione delle province, inefficaci sul piano finanziario e fonte di caos istituzionale.
    C’è la sensazione forte che nell’affrontare i temi della riforma dell’ordinamento statale, le ricette semplicistiche siano quelle che funzionano meglio. Ora, l’dea sarebbe di affidare alle scuole direttamente i finanziamenti per far procedere esse, autonomamente agli appalti? Ma ci si rende conto esattamente di dove si va a parere? L’apparato gestionale delle scuole è composto da un dirigente scolastico ed un direttore amministrativo, l’uno esperto di organizzazione della didattica e di amministrazione corrente, l’altro della gestione della segreteria e delle spese di funzionamento.
    Con simili strutture, come potrebbero apparati così deboli e privi di competenze tecniche (chi progetterebbe?) realizzare lavori sulle scuole? Ancora una volta: ma di che parliamo? Ma come, con recenti leggi si obbligano i comuni (anche quello più piccolo ha un ufficio tecnico decine di volte più in grado di realizzare opere di qualsiasi istituto scolastico…) a costituirsi in unioni o consorzi per gestire in modo unitario le opere pubbliche, si prevedono le centrali di committenza e le stazioni uniche appaltanti, e poi si può pensare di frazionare appalti di lavori in migliaia di debolissime strutture amministrative, come quelle delle scuole?
    Ecco perchè la riforma delle province è potenzialmente un caos devastante. Perchè il sonno della ragione normativa ed istituzionale favorisce la generazione di mostri.

  9. Le province si aboliscono con gli strumenti tecnici in dotazione dell’ordinamento giuridico dello stato. Strumenti che non devono arrivare da Marte.
    Se hanno 500 milioni di debiti è quanto dire!
    I centri per l’impiego non necessariamente debbono dipendere dalle province. Si pensi ad esempio ai consorzi comunali (se non ai comuni) mentre tanti, invece, sono gli “amministrativi” provinciali qualificati a svolgere attività nei centri, se si vuole potenziarli.
    Le province non avendo fondi nè per l’edilizia scolastica nè per altro (dicevamo hanno solo debiti) è ovvio che è lo Stato che deve intervenire. Gli istituti scolastici hanno gestione autonoma che potrebbe essere ampliata. Basterebbe selezionare i relativi direttori scolastici, finalmente, in base al merito, alla professionalità, la scuola non avrebbe che da avvantaggiarsene svolgendo quella che da sempre stiamo aspettando ovvero, la funzione di creare cittadini preparati affinchè diano un contributo alla crescita delle comunità dove vivono; di aiutare i consimili che hanno bisogno; di rispettare il prossimo e l’ambiente; di ribellarsi ogniqualvolta si viene amministrati male. E di saper votare alle elezioni.

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