Domani, ufficialmente, verrà chiusa da parte della Commissione europea la procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Un sospiro di sollievo per il governo Letta, che si ritrova con un margine di manovra superiore a quanto preventivato per apportare modifiche al welfare, prima tra tutte la riforma pensioni e le coperture per l’attuazione completa della grana esodati. Ma la ridefinizione del comparto previdenziale annunciata nei giorni scorsi dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini, a seguito degli incontri preliminari con le sigle sindacali, investirà anche il settore scolastico, pronto a una mini rivoluzione dei suoi organici.

Ma andiamo con ordine. Come detto, Bruxelles domani chiuderà il fascicolo per l’infrazione da parte dei conti italiani sul deficit, una decisione fondamentale per i prossimi interventi del governo che, ha assicurato Giovannini “ci darà più margini sul bilancio in parte nel 2013 e poi nel 2014. E’ una conseguenza degli sforzi del Paese”. Questo surplus di finanze che il governo potrà mettere in campo, innanzitutto, dovrebbe assicurare agli esodati la pensione, che lo stesso premier Enrico Letta ha assicurato dovrebbe essere erogata per tutti entro l’anno.

Al fine di completare il salvataggio degli esodati già in procinto di reinserimento nel sistema previdenziale, sarà necessario provvedere all’attivazione di circa 123mila pensioni. A fronte dei 130.130 esodati tratti in salvo dai decreti del governo Monti, infatti, soltanto 7mila assegni mensili sono stati assicurati fino al mese di maggio, come ha certificato l’Inps. Da non eludere, poi, come fuori da questo computo restino oltre 200mila ex lavoratori sprovvisti di ancoraggi al welfare, per i quali è previsto un rientro minimo, al massimo di 20-25mila unità in esubero rispetto a quelle già in itinere.


Le risorse per completare questo piano di emergenza nel welfare dovrebbero arrivare, oltre che da una maggiore disponibilità in seguito all’allentamento della stretta comunitaria, anche dai ritocchi alla legge Fornero sulle pensioni, quella che introduceva la famosa quota 96 per i dipendenti del sistema scolastico. Così, secondo i calcoli della Spi Cgil l’avvento della flessibilità in uscita dal lavoro e di accesso alla pensione – con bonus o penalizzazioni a seconda dell’addio in ritardo o in anticipo dall’occupazione – dovrebbe pesare all’incirca per un centinaio di euro nelle mensilità, per un massimo di 115 ogni 30 giorni e di 1495 sul totale annuale. A ciò, comunque, si aggiungerebbero i tagli dovuti alla riduzione del coefficiente, che ammonterebbero a 93 euro per chi sia sottoposto a calcolo misto.

In questo quadro, anche per il personale scolastico si attende l’avvento di una riduzione dei minimi anagrafici e contributivi per andare in pensione. Con la schiera di neo docenti pronta a entrare in cattedra a seguito del concorso di Profumo dello scorso inverno e che si avvia a conclusione, potrebbe aprirsi una sorta di turnover proprio come quello ipotizzato per il comparto lavorativo nazionale. Si tratta di favorire il reintegro di quegli insegnanti magari inseriti nelle graduatorie ministeriali e ancora senza posto fisso che dovrebbero prendere il posto di quelli più attempati, prossimi alla pensione.

Così, docenti e personale Ata potrebbero optare per la pensione anticipata, mantenendo, nella prima fase, un impegno part time in aula, proprio come preventivato in quel patto generazionale che dovrebbe essere una delle linee guida per la riforma delle pensioni: in questo modo, l’ingresso di molti docenti precari farebbe da cuscinetto per le uscite dal lavoro molto ridotte che ci si attendono per il prossimo settembre, circa 14mila, di cui la metà dovrebbero essere rimpiazzati proprio dalla prima tranche di vincitori del concorsone.

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