Mi sono commosso, fino alle lacrime, leggendo l’articolo dell’ addio alla Nazionale di Gigi Riva, sulla Nuova Sardegna. Riva è stato, per la Sardegna, qualcosa di più della vittoria in un campionato di calcio: Riva è stato- per molti di noi continuerà ad esserlo- uno di noi, nei tempi belli e in quelli meno belli e oscuri: orgoglioso di essere come noi, anche quando proprio non era il caso, e forse anche quando proprio noi, anche noi, abbassavamo la testa. La sua fierezza,il suo riserbo, la sua lotta in mezzo al campo, i suoi gol, venivano sentiti all’ esterno, e con tutta la visibilità che può dare il calcio, come valori di tutti i sardi.

Ma erano qualcosa di più, perché anche noi, se capita l’ occasione,come tutti … quei valori insomma..non sempre sappiamo dire di no. Riva aveva detto di no a molti personaggi, che avrebbero potuto trasformare la vita di un qualsiasi uomo in una favola: alla Juve per primo e… credo anche per ultimo. Intorno agli anni settanta era stato lui, il sogno proibito di Gianni Agnelli, disposto a pagare un miliardo di lire per vederlo vestirlo di bianconero.

Uno scandalo per quei tempi e per tanti moralisti. Con tutti quei soldi, allora, si poteva costruire un Ospedale, in una terra che proprio non ne aveva e che aveva tanti problemi.


Era il tempo del banditismo sardo, dei sequestri di persona. Gli anni della Costa Smeralda, della Rinascita, delle inchieste parlamentari, che avrebbero dovuto cancellare (allora si diceva modernizzare e recuperare all’Italia la Sardegna e … si è visto), la personalità contorta dei Sardi, trasformandoli da pastori – uguale banditi- in operai … di industriali preferibilmente continentali. In mezzo a tutte queste attenzioni, che avrebbero dovuto rendere i Sardi un po’ più tranquilli e presentabili, Riva aveva voluto, invece, continuare a stare con noi, proprio così come eravamo. Fra pastori, pescatori ed ora disoccupati della post industrializzazione, che tutto il lavorio e l’impegno di quegli anni non sono riusciti a reindirizzato verso condizioni di vita migliori.

Non si è messo mai in politica. Non per non volersi impegnare per il progresso della Sardegna. Forse, proprio, per non approfittare della grande stima che si aveva di lui. Un messaggio per i sardi, che pensassero con la propria testa. Io sicuramente l’avrei votato. E così, anche dopo i trionfi, gli infortuni , l’addio al calcio giocato ed ora all’esperienza manageriale nella nazionale, continua la nostalgia per quei tempi e per quell’ Uomo che aveva unito idealmente, con la conquista dello scudetto nel campionato di calcio 1970, tutti, direi proprio tutti, i Sardi.


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