Ma chi ha ragione a Bologna? Ci riferiamo al Referendum che impegnerà nella giornata del 26 maggio i cittadini bolognesi su un quesito di natura consultiva attinente l’erogazione di finanziamenti comunali alle scuole dell’infanzia paritarie (private) della città di Bologna, che rappresentano circa il 20% del servizio, a fianco del 20% dello Stato e del 60% del Comune.

Da un lato i sostenitori dell’opzione A (interruzione dei contributi) chiamano in causa questioni di principio e valori costituzionali importanti, citando in particolare l’art. 33 della Costituzione che recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

Dall’altra parte i sostenitori dell’opzione B (mantenimento dei finanziamenti pubblici) si richiamano all’idea di un sistema integrato di scuole (statali, comunali, private) che risponde bene alla quasi totalità della domanda di frequenza dei bambini della città e che quindi è meritevole di un qualche sostegno pubblico, come prevede peraltro la legge di parità 62/2000, promossa a suo tempo dal Ministro Berlinguer.


Sono più importanti le ragioni di principio su cosa è pubblico o cosa è privato (vedi Rodotà)? O deve prevalere la concretezza delle risposte date al diritto all’educazione per tutti (vedi Prodi)? In Emilia-Romagna Regione e Comuni da tempo, tramite convenzioni, sostengono la presenza della scuola privata, ma il pubblico – qui più che altrove – è ai primi posti per investimenti e interesse.

In punto di diritto, è vero che le scuole paritarie non sono tout court pubbliche, come spesso si afferma. E’ la stessa legge 62/2000 a distinguerle in pubbliche (quelle dei Comuni) e private (quelle degli enti religiosi e di altri soggetti).

Le scuole paritarie, per acquisire e mantenere questa denominazione, devono rispondere a determinati requisiti (rispettare i programmi didattici nazionali, assoggettarsi a verifiche da parte del Sistema di Valutazione, regolare i rapporti di lavoro con i dipendenti mediante contratti, rendere pubblici i bilanci, ecc.). Tutto ciò inserisce tali scuole nel Sistema nazionale di istruzione (questa è la dicitura corretta della legge 62/2000), che comprende le scuole cui si riconosce in tal senso una funzione pubblica.

Naturalmente – diranno gli scettici – chi verifica il rispetto delle regole? Il servizio ispettivo dello Stato esiste ancora, ma è ridotto al lumicino, e quindi, a parte qualche intervento a campione o in qualche caso eclatante (come per il contrasto ai diplomifici), i controlli sono spesso puramente formali e riguardano la regolarità degli atti amministrativi. Il problema della verifica nelle scuole vale anche per le scuole pubbliche, e comunque questa carenza di strutture valutative lascia zone d’ombra e criticità nel nostro sistema educativo (pubblico e privato).

C’è però dell’altro, sostengono i referendari. La scuola paritaria può spingere a fondo la sua ispirazione educativa anche religiosa (anche se non può ospitare e promuovere pratiche di culto –dice la legge), mentre la scuola pubblica è tenuta alla laicità e ad un rigoroso pluralismo culturale.

Dunque scuole pubbliche e scuole private in questo restano diverse: così, sembra una forzatura offrire a un genitore che chiede una scuola statale o comunale (che magari non c’è) una scuola paritaria considerata equivalente, perché in tal modo lo si induce ad accettarne l’orientamento valoriale.

Giustamente entrambi gli schieramenti chiedono a gran voce che lo Stato intervenga ad ampliare il numero delle scuole dell’infanzia statali per rispondere alle legittime richieste dei genitori. In questo caso il referendum non avrebbe ragione di esistere, perché il problema di fondo del Referendum è: “quale risposta dare ai genitori che chiedono la scuola pubblica?”, anche se è ormai evidente che il Referendum si è venuto trasformando in una querelle politica di prima grandezza (sulle spalle dei bambini?)

In sintesi, c’è una legge dello Stato (la n. 62/2000) che ha istituito un sistema integrato di scuole pubbliche e private, con alcune regole comuni; questo sistema funziona bene in alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna, e sarebbe un errore metterlo in difficoltà, riducendo i contributi finanziari alla scuola non statale. Servono più controlli e verifiche e soprattutto occorre rispettare le scelte dei genitori (anche quando chiedono una scuola pubblica).

La scuola paritaria dovrebbe essere effettivamente “aperta a tutti” (art. 34 della Costituzione), compresi gli alunni disabili e quelli di diversa nazionalità o religione, per non appesantire le condizioni della scuola pubblica, adottando una gestione pubblica e coordinata delle iscrizioni alle scuole dell’infanzia del territorio. A tal fine potrebbero essere indirizzati i contributi pubblici.

In conclusione, l’attuale formulazione del quesito referendario (A o B?) non risolve i problemi posti dai genitori. È paradossale che in Emilia-Romagna ci siano liste d’attesa per entrare alla materna…

Occorrere una opzione C (che voterei subito): più risorse complessivamente a tutta la scuola dell’infanzia (3-6 anni), a partire da quella pubblica, che è in condizioni di reale sofferenza, e per trasformare un servizio ancora a domanda individuale nel primo gradino del diritto all’educazione per tutti.

Articolo scritto da  Giancarlo Cerini,  Direttore Rivista dell’istruzione e autore Maggioli


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