Non aveva pagato l’Iva, ma il tribunale l’ha assolto. Episodio giuridico certamente anomalo quello occorso a un professionista di Pinerolo, che non aveva versato i corrispettivi di fatture rilasciate tra il 2008 e il 2009 per circa 250mila euro. Sentenza che fa scalpore, dunque, anche per l’ingente somma sottratta all’erario, della quale, però, l’evasore non è stato dichiarato direttamente responsabile. Vediamo perché.

In breve, il professionista rinviato a giudizio per il mancato saldo dell’Iva su 250mila euro di introiti, non è stato condannato per essere riuscito a dimostrare che l’elusione fiscale era dovuta ai ritardi dei pagamenti dei clienti a cui aveva offerto la prestazione. Dunque, grazie alla mole di certificazioni presentata, caso per caso il titolare alla sbarra è riuscito a discolparsi per il mancato versamento dell’imposta.

Una sentenza che vanta due precedenti, uno a Firenze e l’altro a Milano, sempre in epoca recente (si parla, in entrambi i casi del 2012). Insomma, l’imputato, non avendo ricevuto in tempo i saldi delle fatture rilasciate, non si era materialmente appropriato dell’Iva non versata allo Stato e, dunque, la sua condotta è stata giudicata non passibile di condanna.


In virtù della successione di documenti presentati dinanzi alla Corte, infatti, il professionista è riuscito non solo a dimostrare la propria estraneità al mancato pagamento, ma addirittura, l’impossibilità di accedere a un prestito bancario per saldare in tempo i valori Iva già contabilizzati per mezzo delle fatture erogate.

“Non vi era infatti volontà e tantomeno la coscienza di commettere tale reato”, ha constatato il giudice competente, che ha certificato la difficile situazione degli enti debitori, sia di natura pubblica che privata. Tra essi, addirittura, in un caso si era verificato un fallimento contabile, a rendere impraticabile un saldo della prestazione in tempi ragionevolmente brevi per fruttare l’incasso e, dunque, il versamento erariale dell’Iva.AC

Grande soddisfazione del diretto interessato, naturalmente, e dei suoi avvocati difensori, che assurgono l’episodio a un nuovo inizio del rapporto tra fisco e professionisti, sempre più vessati da una peso ormai insostenibile: “Ci troviamo davanti ad un caso di giustizia riequilibratrice, in cui il giudice penale rende giustizia rispetto ad una norma tributaria rigorosa, ma che non tiene in debito conto delle esigenze e delle situazioni soggettive”. Naturalmente, nel giudizio finale non è stato eluso il contesto economico e sociale in cui si trovano a operare oggi migliaia di professionisti e di aziende“La grave congiuntura economica che si sta vivendo produce innovazioni anche sotto il profilo giurisprudenziale introducendo il principio della causa di forza maggiore per imprese e professionisti che non sono riescono a tenere il passo con i dovuti pagamenti”.


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