L’ormai famigerata e sospirata “riforma complessiva” del Fisco immobiliare dovrebbe trovare nella realizzazione della “service tax” il suo fulcro nevralgico. In sostanza si tratta di una tassa locale unica legata alla casa e indirizzata a pagare i servizi comunali, ciò che non depone a suo favore è che è una tassa sulla cui lavorazione il Governo si sta concentrando da sempre, una sorta di miraggio burocratico che sembra destinato a rimanere tale.

Ovviamente come tutti i miraggi il fascino che esercita è notevole, tanto sul piano della politica nazionale che su quello della politica locale, piace a molti per la trasparenza che sembra contraddistinguerla (più pago, più servizi locali ricevo, e alle elezioni giudico il servizio ricevuto), ma sul suo percorso trova almeno 5 ostacoli che sembrano insormontabili.

La service tax dovrebbe formarsi dalla sintesi tra Imu e Tares, due imposte che come si evince dalla cronaca quotidiana sono già piene di problematiche. Dunque l’idea di fonderle è ancora più complessa, per un motivo semplice: l’Imu è a carico del proprietario, la Tares deve invece essere pagata da chi “occupa” un immobile (fabbricato o terreno) a qualsiasi titolo, quindi anche inquilini, comodatari e così via. Quindi il primo nodo da sciogliere è riuscire a far convivere due platee così diverse; si potrebbe ad esempio destinare la service tax solo ai proprietari, ma l’ipotesi risulta comunque fuori luogo.

L’obiettivo della service tax è espresso già nel suo nome: far pagare i servizi locali a chi li utilizza. Se, tuttavia, l’abitazione principale è sempre “sacra” e “inviolabile” per il Fisco, come esige il Pdl, o va comunque estromessa dalla tassazione nella maggior parte dei casi, com’è scritto nei programmi di Pd e Scelta Civica, come si fa a far pagare davvero i servizi agli utilizzatori? È infatti indiscutibile, ovviamente, che in ciascun Comune i servizi locali siano goduti soprattutto da chi ci abita: fu proprio questa una delle cause principali che incise in modo importante a fermare il decollo della service tax all’epoca del federalismo fiscale, su cui si cominciò a lavorare subito dopo aver cancellato l’Ici sulla prima casa.

Il terzo ostacolo è simmetrico al secondo; infatti se continuiamo a seguire la lettura più rigida sul collegamento fra tassa e servizi locali, dobbiamo giungere alla conclusione che una casa sfitta, come succede sempre più spesso nel pieno della crisi del mercato immobiliare, non consuma praticamente alcun servizio locale: va esclusa dalla service tax? E che accade per le case di vacanza, che vengono impiegate per poche settimane all’anno? Nella Tares (come per le vecchie Tarsu e Tia), già oggi i proprietari pagano in proporzione al periodo di utilizzo dell’immobile (quando è inferiore ai sei mesi all’anno), ma per l’Imu ovviamente no anche perché la casa al mare o in montagna è un indice di ricchezza su cui ovviamente si esercita la patrimoniale. Che cosa potrebbe accadere con la service tax?

In questi anni,“ce lo chiede l’Europa” è stato il ritornello che ha accompagnato ogni fase della ormai lunga storia del rigore finanziario, contribuendo decisamente a far crollare la popolarità di Bruxelles e del progetto comunitario. Nel caso delle tasse ambientali, però, l’Europa chiede una cosa ragionevole, ossia che si paghi in proporzione ai rifiuti prodotti in base al principio del “tanto inquini, tanto paghi”. Proprio per questo, nel 1997 (decreto Ronchi) è nata la Tia, pensata con un metodo statistico che serve a calcolare i rifiuti prodotti e su questa base misurare la tassa.

La Tia avrebbe dovuto rimpiazzare la Tarsu (calcolata a metro quadrato) in tutti i Comuni, ma è stata prima abbandonata dal legislatore nazionale e poi addirittura vietata (nel 2008, con lo stesso decreto che cancellò l’Imu sulla prima casa) per chi non l’avesse già applicata: con il risultato che in 16 anni solo un Comune su sei l’ha adottata. Oggi la Tares, nonostante il percorso stentato, si propone di estendere a tutti il metodo statistico della Tia. Ma a questo punto diventa davvero complicato applicare il principio del “tanto inquini tanto paghi” se si unisce la Tares con l’Imu, senza quindi avere un tributo autonomo per i rifiuti.

Qualora si riuscisse anche ad aggirare gli ostacoli fin qui elencati, sicuramente utopico sarebbe il superamento della “trasparenza” della service tax; infatti dovrebbe consentire ad ognuno di misurare i servizi offerti grazie alla tassa e su questa base giudicare i propri amministratori, ma fondendole questo sarebbe impossibile. In Italia la “capacità fiscale”, ossia il gettito generato da una specifica imposta a una determinata aliquota, è diversissima da territorio a territorio. Un’addizionale Irpef dell’1% produce in Lombardia il doppio che in Calabria e, all’interno della stessa Lombardia, distanze simili si incontrano tra i Comuni più ricchi e quelli più poveri.

Questo comporta di prevedere sempre un enorme meccanismo di “perequazione”, mediante il quale i territori a maggiore capacità fiscale cercano di aiutare quelli meno “fortunati”. La legge di stabilità 2013, per esempio, stabilisce che l’Imu alimenti un “Fondo di solidarietà” fra i Comuni, ancora tutto da applicare, in grado di muovere quasi 6 miliardi di euro nel 2013: già oggi, insomma, nessuno sarà in grado di sapere se la propria Imu, pagata nel Comune X, sarà utilizzata davvero dal sindaco che gli abita accanto o finirà ad aiutare un’amministrazione che si trova a 20 o 1.000 chilometri da casa propria. La perequazione è prevista, giustamente, dalla Costituzione, e qualsiasi ipotesi di service tax non potrebbe che seguire una logica identica.

Difficile, dunque, determinare adesso quale strada prenderà il Governo per abbozzare la “riforma complessiva”del Fisco sul mattone. Alla luce delle tante incognite, il calendario strettissimo e il bilancio pubblico che non ammette distrazioni, è probabile che il grosso del lavoro si concentri sull’imposta municipale del mattone, con un restyling che potrà farle cambiare nome ma che difficilmente escluderà davvero tutte le prime case.

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