Tra le priorità indicate dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, durante la due giorni presso l’abbazia di Spineto, particolare rilievo è stato posto alla riforma della legge elettorale. Com’è noto, la nostra Costituzione non determina i principi cui devono informarsi le leggi elettorali, poiché queste rientrano nella discrezionalità del legislatore ordinario. Il dato certo è che esiste un profondo legame tra la legge elettorale da una parte e il sistema politico dall’altra, nel senso che la prima influenza la semplificazione oppure l’aumento del numero dei partiti, incidendo quindi sul funzionamento e la tenuta della stessa forma di Governo. In un suo recente contributo, Carlo Deodato, autorevolissimo giurista, Consigliere di Stato e Capo del Dipartimento per le riforme istituzionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha fatto notare come il sistema introdotto con la legge ordinaria dello Stato n. 270 del 2005 (c.d. Porcellum), a ben vedere, “si fonda, sì, su una formula elettorale proporzionale (tale restando il meccanismo di base di assegnazione dei seggi), ma con dei correttivi maggioritari così incisivi (clausole di sbarramento e premio di maggioranza), da indurre qualcuno a classificarlo come sistema maggioritario di coalizione, con un riparto proporzionale dei seggi solo all’interno delle singole coalizioni” (Cfr., C. DEODATO, Il cavallo di Caligola. Appunti per una riforma elettorale). I rilevanti fattori maggioritari del Porcellum avevano creato l’attesa di una riduzione di quel multipartitismo estremo che aveva contraddistinto l’esperienza politica italiana anche nel corso della c.d. seconda Repubblica, sennonché, prosegue ancora Carlo Deodato, “tale aspettativa è stata clamorosamente delusa dalle ultime elezioni politiche (24-25 febbraio 2013) che hanno, al contrario, dimostrato come, nonostante i meccanismi maggioritari sopra evidenziati, l’offerta politica si è ulteriormente frammentata e moltiplicata”. Questo a causa di vizi intrinseci alla stessa legge elettorale vigente: la mancanza di un quorum per accedere al premio di maggioranza (sottolineato anche dalla Corte costituzionale con sentenza n. 15/2008), poiché questo è assegnato automaticamente alla lista o alla coalizione di liste che ha ottenuto più voti, ma senza il requisito di una soglia minima per conseguirlo, un diverso sistema di ripartizione dei seggi tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica con la conseguenza, sotto gli occhi di tutti, della formazione di maggioranze disomogenee tra i due rami del Parlamento, il sistema delle liste bloccate che impedisce quella che il grande politologo Giovanni Sartori chiama “responsivness”, ossia la rispondenza dell’operato dei parlamentari (sul piano ovviamente politico) alle tendenze e alle istanze politiche dei rappresentati, una soglia di sbarramento troppo bassa per le liste coalizzate al fine del riparto dei seggi.

Ci chiediamo, pertanto, se apportare questi correttivi alla legge elettorale, anziché approvarne una nuova, sia in grado di trovare maggiore consenso tra le forze politiche e assicurare il formarsi di maggioranze certe. In particolare, riteniamo decisivo il superamento del premio Regione per Regione per l’elezione del Senato della Repubblica. Benché non tutti i costituzionalisti siano dello stesso avviso (D’Atena, ad esempio, ritiene che l’elezione su base regionale del Senato prevista dall’art. 57 Cost. escluda il collegio unico nazionale), siamo dell’avviso che il metodo attuale sia il più contraddittorio e irragionevole, perché più di ogni altro suscettibile di provocare una differenziazione del tutto casuale nella composizione maggioritaria delle due Camere (Carlo Fusaro). La norma dell’art. 57 Cost., nella parte in cui si riferisce alla “elezione su base regionale”, concerne la divisione dei collegi e non certo il risultato elettorale, con possibilità dunque di un premio di maggioranza nazionale come per la Camera dei Deputati. Ripartiamo, allora, dal Porcellum?

 

Articolo scritto in collaborazione con Michelangelo De Donà

 

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2 COMMENTI

  1. Per il Parlamento europeo si vota col sistema proporzionale, che è quello più democratico perché vi è un diretto rapporto numerico rappresentanti- rappresentati. Perché non adottarlo anche per le elezioni parlamentari interne,magari con collegi elettorali regionali? La governabilità non si garantisce con sistemi maggioritari o col premio di maggioranza, ma modificando la mentalità degli eletti che devono saper collaborare tra loro(come nella I Repubblica e in altri Paesi) qualora nessun partito ottenga la maggioranza assoluta. E se si vuole combattere l’astensionismo si deve ripristinare il voto di preferenza e i candidati devono candidarsi in un solo collegio,in cui siano residenti, così da essere portatori delle esigenze di quel territorio. Se poi il Senato avrà compiti diversi della Camera, si potrebbe adottare per l’elezione dei Senatori il sistema uninominale a doppio turno.
    Ma dubito che una riforma del genere venga fatta da parlamentari “calati dall’alto” nei vari collegi,tesi a difendere i loro privilegi e alla ricerca di un sistema elettorale che favorisca il loro partito! Perché non si pensa ad un referendum propositivo?

  2. Il porcellum alla fine potrebbe anche andare bene se:
    1) Venisse reintrodotto il voto di preferenza;
    2) Venisse introdotto per ognuno dei candidati il divieto a candidarsi in più circoscrizioni;
    3) Venisse corretto il premio di maggioranza al Senato togliendone una parte da destinare ad un premio di maggioranza nazionale o, viceversa, togliendo una parte del premio di maggioranza della Camera travasandolo in premi di maggioranza a livello regionale. (meglio la prima opzione, garantirebbe più governabilità)

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