Trentacinque anni fa,a  poche ore di distanza, accaddero due eventi tragici che segnarono per sempre gli anni più bui della Repubblica italiana.: il 9 maggio 1978 persero la vita Aldo Moro e Peppino Impastato. Personaggi agli antipodi, di cultura politica assai distante, uomo di Stato uno, attivista impegnato su un territorio segnato dalla criminalità organizzata l’altro. Uomini talmente diversi da condividere non solo data e modalità della morte, ma anche l’insopprimibile desiderio di giustizia che guidò le loro azioni.

Aldo Moro, padre costituente e leader Dc, fu uno dei politici simbolo della prima Repubblica tra gli anni ’50 e ’70. In Parlamento dal 1948, la sua attività trentennale segnò indissolubilmente sia l’età del boom economico che le fasi critiche del risveglio del terrorismo, che pagò in prima persona, dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate rosse. Queste, posero fine alla sua vita drammaticamente, nell’atto simbolo del periodo universalmente più complicato della storia repubblicana.

Si era, infatti, nei cosiddetti Anni di piombo, con l’escalation del furore terrorista, le stragi ripetute e una tensione crescente nel Paese. Con le elezioni finite in quasi parità, Aldo Modo – che arrivava da un’esperienza simile nella decade precedente con il Psi – era uno degli artefici del mai realizzato compiutamente compromesso storico, che avrebbe dovuto portare il Partito comunista verso una posizione più istituzionale, includendolo nelle maggioranze di governo, nonostante fosse ancora legato al cordone ombelicale dell’Urss brezneviana.

E’ da ricondurre al 1978, infatti, il progetto di un governo di solidarietà nazionale che avrebbe ottenuto il supporto esterno del Pci, l’inizio di un cammino di inclusione degli esponenti rossi nelle cariche di governo, alle quali sarebbero dovuti approdare gradualmente. Si trattò di un’ipotesi che non riscosse il placet né degli Usa, che avrebbero visto creare un precedente pericoloso in una delle aree di maggiore influenza a ridosso del blocco sovietico, né dalla stessa Urss, che temeva un indebolimento dell’ascendente sul Partito guidato da Enrico Berlinguer.

Il dramma ebbe inizio il 16 marzo 1978, mentre si insediava il governo presieduto da Giulio Andreotti: mentre Moro si stava recando alla Camera, la sua auto fu bloccata da un gruppo di brigatisti armati, che freddarono sul colpo gli uomini della scorta, prendendo in sequestro l’ex presidente del Consiglio.

Dopo 55 giorni di prigionia, il suo corpo crivellato di pallottole fu ritrovato nel baule di una Renault 4 a distanza intermedia tra le sedi nazionali del Pci e della Dc per quello che ancora oggi resta il caso più dibattuto e scioccante della storia italiana del Secolo breve.

La notte precedente il ritrovamento del cadavere di Moro, era stato barbaramente ucciso anche Peppino Impastato, legato ai binari di una ferrovia con una carica di tritolo appresso. Ma quale era la colpa dell’appena trentenne Impastato? Senza dubbio, quella di aver lottato in prima persona contro lo strapotere della mafia, reclamando la liberazione della sua terra dal giogo criminale. Appartenente a una famiglia vicina a Cosa Nostra, fu cacciato di casa in giovane età e  già nel 1965, a 17 anni, fondò un periodico dal nome “L’idea socialista”, entrando a fare parte del Partito Socialista di Unità Proletaria. In seguito, lottò a fianco dei contadini per evitare gli espropri per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, e negli anni ’70 si rese protagonista di alcune iniziative culturali rilevanti, come Radio Aut, voce libera attraverso cui venivano denunciati traffici e crimini commessi dai mafiosi. Candidato consigliere comunale alle elezioni amministrative del 1978 nel Comune di Cinisi, venne assassinato a pochi giorni dal voto. Addirittura, nelle prime ore in cui l’opinione tutta era sconvolta per il ritrovamento esanime del corpo di Moro, Impastato venne dipinto come un terrorista vittima del suo stesso gesto folle.

A trentacinque anni di distanza, cosa è cambiato? Difficile dirlo. Più semplice riconoscere cosa le due tragedie contemporanee ancora oggi abbiano da insegnare. Due esempi di coerenza, coraggio, serietà, legalità e amore per la Patria. Da una parte si ricercava un inedito compromesso contro gli equilibri mondiali, dall’altra lo si rifiutava pur essendo la prassi quotidiana in una terra devastata, eppure il loro sacrificio resta scolpito nella memoria di chi, ogni giorno, rifiuta di chinare il capo di fronte all’arroganza del potere, istituzionalizzato o no. Aldo Moro e Peppino Impastato sono due figure attraverso le quali l’Italia può leggere in filigrana i propri errori di ieri, arrivando a comprendere i propri difetti di oggi. Hanno cercato di cambiare le cose, non gli è stato concesso neanche l’onere della prova, ma il loro ricordo deve restare indelebile per un Paese alla perenne ricerca d’identità.

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