Come volevasi dimostrare, il digitale come asset strategico e piano di rilancio economico, è destinato a restare un miraggio, quantomeno sul fronte istituzionale. Dopo mesi di annunci, proclami – e qualche battuta d’arresto, in particolare sui ruoli di vertice – è arrivato lo stop definitivo allo statuto dell’Agenzia per l’Italia digitale, proprio quando la sua costituzione sembrava ormai cosa fatta.

Niente da fare, bisognerà tornare alla casella di partenza. E il cammino dell’Agenzia spiega che non sarà agevole dare vita a un ente specifico per gestire e organizzare le risorse del Paese in un ambito così significativo come l’innovazione digitale. Innanzitutto, per i suoi lunghi passaggi burocratici, quindi per le linee guida che dovranno essere avallate prima dai ministri, poi dalle formazioni politiche e, da ultimo, per i numerosi vagli di regolarità che il nuovo istituto, se mai proverà a rinascere, dovrà incontrare.

Ma cosa ha affossato l’Agenzia per l’Italia Digitale proprio nella fase finale della sua messa a punto normativa e istituzionale? Lo statuto dell’ente si trovava agli step conclusivi del suo iter burocratico, cioè alla Corte dei conti per la definitiva registrazione, dove, dopo oltre un mese di esame, è stato bloccato proprio dal governo appena insediato, che nel frattempo aveva preso il posto dell’esecutivo che aveva spinto con grande enfasi sull’Agenzia, quello naturalmente di Mario Monti. Il Dpcm era stato licenziato con firma dell’ex presidente del Consiglio a inizio marzo, per rendere operativa finalmente un’Agenzia che, al momento, resta più che altro sulla carta, malgrado disponga di un direttore, Antonio Ragosa.

Allo stato attuale, non esiste una ragione ufficiale per cui il governo appena rinnovato abbia decretato lo  stop allo Statuto, anche se tra le tesi che circolano, a riscuotere più successo è quella di un consiglio interessato da parte della stessa magistratura contabile, che avrebbe segnalato al nuovo esecutivo varie lacune di un documento, a questo punto, da riscrivere completamente. Tra i punti più problematici, la pianta organica dell’ente, che dovrebbe racchiudere tanto il personale della sparita DigitPa, assieme all’Agenzia per l’innovazione e quei funzionari del dipartimento apposito di palazzo Chigi che optino per il passaggio alla nuova struttura. Peccato, però, che lo statuto cestinato stabilisca un tetto di 150 unità, difficilmente rispettabile secondo questi criteri.

Nel governo Monti, ben quattro ministeri, Sviluppo Economico, Funzione pubblica, Istruzione ed Economia, si erano presi in carico di stilare a dovere gli obiettivi dell’ente concepito come trasversale, che avrebbe dovuto potenziare al massimo l’avvento del digitale tanto nella pubblica amministrazione, quanto nella nascita di numerose aziende a vocazione tecnologica. Proprio su questo aspetto, il ministro che più di ogni altro aveva puntato sull’Agenzia era stato proprio il predecessore di Flavio Zanonato, Corrado Passera. Ora, gli altri ministri coinvolti sarebbero Giampiero D’Alia, Fabrizio Saccomanni e Maria Chiara Carrozza. Domenica e lunedì il governo si ritirerà nell’abbazia toscana di Spineto per coordinare i prossimi sforzi e le prime riforme: nell’agenda del governo Letta, l’Italia digitale non dovrebbe mancare tra le priorità.

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