Se per battezzare il governo Letta si era cercato di coniare nuove definizioni, in grado di sorpassare le locuzioni desuete di “solidarietà nazionale”, “non sfiducia” o anche del “governissimo”, arrivando a parlare nelle prime battute di un governo a “bassa caratura politica”, dopo le nomine di viceministri, sottosegretari e, in queste ore, delle presidenze alle Commissioni, non restano dubbi di sorta: l’esecutivo che unisce Pd, Pdl e Scelta civica è politico, politicissimo, poiché tale dimostra di esserlo la maggioranza che lo sostiene.

Uno dopo l’altro, infatti, quei big che avevano lasciato spazio, nelle difficili ore inaugurali dell’insediamento, a volti meno abituali sui teleschermi, fatto salvo per qualche eccezione – Alfano, Lupi, Quagliariello, Franceschini – ora tornano alla carica per le poltrone di secondo piano, ma dall’importanza tutt’altro che minore.

Più che di una carica, si tratta di un vero e proprio assalto, per la verità, con uno spoil-system da prima – anzi, da seconda – Repubblica, data la ripartizione che va prefigurandosi alle presidenze delle Commissioni delle due Camere: dei 28 posti disponibili, le stime – che verranno confermate dalla votazione in giornata – parlano di 15 presidenze al Pd, 11 al Pdl e le restanti a Scelta civica.

Così, si spiega anche l’ostruzionismo, nelle settimane di vuoto di governo, con cui i partiti “tradizionali”, quelli che oggi compongono la maggioranza, avevano accolto la proposta del MoVimento 5 Stelle di avviare i lavori regolari alle Camere anche in assenza di un esecutivo nella pienezza dei poteri. Un passaggio, che, però, necessitava della regolare costituzione delle Commissioni ordinarie per portare i provvedimenti all’esame delle due Aule. L’appello dei grillini, come sappiamo, era caduto nel vuoto sia al Quirinale, dove Napolitano pensava di passare la mano a breve, che dalle controparti politiche, smaniose di risolvere prima la partita della presidenza della Repubblica. Oggi, infine, sappiamo con quale obiettivo: spartirsi la torta di Ministeri, sottosegretari e Commissioni.

Infatti, se escludiamo i candidati più in vista alle ultime elezioni – Berlusconi e Bersani – i maggiorenti di Pd e Pdl fanno filotto sulle presidenze delle Commissioni, secondo le indiscrezioni trapelate dopo il summit tra i quattro capigruppo a Camera e Senato delle due formazioni, e cioè Renato Brunetta e Renato Schifani per il Pdl, Roberto Speranza e Luigi Zanda per il Pd.

Dunque, il parterre dei presidenti di commissione vede stagliarsi a palazzo Madama, la “first lady” del Pd Anna Finocchiaro, in pole per gli Affari costituzionali, mentre il Pdl sfonda con alcuni pezzi da novanta del calibro dell’ex ministro Altero Matteoli, favorito a Trasporti e Telecomunicazioni, di Maurizio Sacconi al Welfare e il già Guardasigilli Nitto Palma naturalmente alla Giustizia, sostituito in extremis all’ex ministro Paolo Romani.

Spostandoci a Montecitorio, la litania non muta: l’evergreen Fabrizio Cicchitto si candida a guidare la Commissione Esteri, mentre il Pd piazza alcuni big come Rosy Bindi all’Antimafia, l’ex ministro Cesare Damiano al Lavoro, Francesco Boccia (marito del ministro Pdl De Girolamo) al Bilancio e Beppe Fioroni alla Difesa. Un mosaico degno delle peggiori esperienze di governo ancora fresche nella memoria del Paese, con le varie correnti e correntine pronte a reclamare il proprio bottino. Non manca, naturalmente, anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, che dovrebbe prendersi la Commissione Esteri del Senato.

Insomma, se nuovo corso doveva essere, in qualche modo, anche per rinnovare i volti di spicco nei partiti dai nuclei più stantii, l’impressione è che la Restaurazione, iniziata con la conferma di Napolitano al Colle, si sia finalmente compiuta, con il premier Letta che, dall’alto dei suoi voli in giro per l’Europa, pare assistere impotente alla spartizione in atto.

Non si era ancora assorbita la botta del caso Biancofiore, con la fedelissima di Berlusconi passata alla storia per l’incarico più breve da sottosegretario alle Pari opportunità di tutte le ere geologiche, e non era bastato vedere nella lista di viceministri e sottosegretari nomi come l’ex garante Pitruzzella allo Sviluppo economico, o il non più saggio Bubbico al Viminale. Ora, la classe politica è uscita allo scoperto coi propri nomi più rappresentativi, rimasti defilati fino alla partita delle presidenze, promettendo di tenere a bada un Parlamento che, con la presenza dei grillini, potrebbe diventare incontrollabile se dovessero passare alcune proposte capaci di far implodere la grosse koalition (si pensi, ad esempio, all’ineleggibilità di Berlusconi).

Quale sarà l’atteggiamento di Pd e Pdl lo si capirà molto presto: oltre alle Commissioni, infatti, sono in programma, già oggi, le votazioni per guidare le giunte per le autorizzazioni – altro capitolo delicatissimo – e, settimana prossima, Copasir e Commissione di Vigilanza Rai. Di norma, sarebbero tutte caselle destinate alla minoranza, che al momento è rappresentata quasi completamente dal MoVimento 5 Stelle: se i partiti saranno così ligi alla tradizione, come dimostrano di esserlo nei confronti delle proprie segreterie, allora un certo equilibrio verrà rispettato, altrimenti, l’intento di ostacolare una sana dialettica parlamentare verrà irrimediabilmente alla luce.

 

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1 COMMENTO

  1. “alla minoranza, che al momento è rappresentata quasi completamente dal MoVimento 5 Stelle” , meriterebbe essere specificato per correttezza.

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