Il sistema del lavoro è come una medaglia: da un lato c’è l’impresa, datore di lavoro, dall’altro il lavoratore. Le circostanze attuali italiane mostrano che l’impresa soffre il costo del lavoro mentre i salari dei lavoratori sono bassi e perdono potere d’acquisto. Più che realtà verrebbe da dire: un paradosso. Ma lo è soltanto in apparenza.

Per spiegare questo fenomeno bastano due parole: cuneo fiscale. Tecnicamente si tratta della differenza fra tra l’onere del costo del lavoro, quindi gli importi che il datore di lavoro versa al fisco e agli enti di previdenza e pensionistici (INAIL, INPDAP, INPS) tramite imposte contributive, e il reddito effettivo percepito dal lavoratore, il cd salario netto. Il cuneo fiscale non è problematica esclusivamente italiana anche se, come accade in molti (troppi) ambiti, nella nostra Nazione è amplificata all’eccesso.

Stando alle più recenti statistiche, quanto al costo del lavoro in Europa, l’Italia si colloca al secondo posto dopo la Francia. Quanto, invece, ai salari netti, è al ventiduesimo posto nell’Ocse e all’ultimo nel G7. In effetti, però, un confronto puramente quantitativo tra misure del cuneo fiscale tra differenti Paesi ha poco significato se non è accompagnato da un’analisi qualitativa dei risultati ottenuti con la spesa pubblica finanziata dal gettito fiscale del cuneo stesso. Ma qui si tratta di dati, che seppure valutati con le dovute precauzioni, non sono certo rassicuranti. Nel dettaglio, la situazione attuale italiana è che per ogni euro percepito da un lavoratore, il datore di lavoro deve pagarne due. In termini di percentuale, per un dipendente single e senza figli il cuneo fiscale raggiunge circa il 48%. La percentuale si riduce al 39% se il lavoratore ha due figli a carico. Per fare due esempi sulla base della media. Se un operaio percepisce, al netto, 1200,00 euro, l’impresa paga per lo stesso lavoratore 2300,00 euro. Di cui: 180 per “Contributi a carico del dipende”, 300 per “Irpef e addizionali”, 580 per “Contributi a carico del datore di lavoro”, 40 per “IRAP”. E’ evidente come il cuneo fiscale è – non certo da solo – ma senz’altro, il primo ostacolo alla stabilizzazione dei contratti e alla stessa capacità delle aziende italiane di competere sui mercati internazionali.

Senza eccezioni, tutti i Governi di questa epoca hanno inserito nei propri programmi la riduzione del cuneo fiscale. Al momento dell’azione, nessuno si è dimostrato in grado di raggiungere l’obiettivo. Da ultimo il Governo tecnico, guidato da Mario Monti, aveva previsto l’aumento delle riduzioni forfettarie Irap per i lavoratori assunti a tempo indeterminato. Questa politica, all’analisi, apre le porte a due generi di valutazione.

La prima è di natura tecnica e direttamente deducibile: dati alla mano, i fondi da cui avrebbe attinto per le riduzioni sono chiaramente ed incontestabilmente scarsi. Di conseguenza non avrebbero riscontri significativi.

La seconda valutazione, meno immediata e probabilmente un po’ azzardata, è quella che guarda alla riforma Fornero. Le disposizioni di questa legge, che sembra essere stata, tra l’altro, la “legge di punta” del governo tecnico, è tutta improntata su voci come apprendistato, contratto a tempo determinato, contratto a progetto, lavoro accessorio, lavoro intermittente. Se il cuneo fiscale resta alto ma la maggiore convenienza per l’imprenditore è su questo genere di contratti, non assumerà certamente un lavoratore “a tempo indeterminato”.

Da qui ci rendiamo conto che le riduzioni proposte da Monti non hanno effettivamente un gran valore. In ogni caso, di cosa c’è bisogno? Di trasferire una grande quantità di fondi per ridurre il cuneo fiscale. Anche a costo di andare ad incidere su altre voci del bilancio statale che, anche se imprescindibili, non possono avere la priorità sulle capacità economiche del lavoratore e sulla possibilità delle aziende di produrre in un sistema di reale competitività anche sui mercati comunitario e internazionale. Perché questo, e solo questo, produce benessere sociale.

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