Sono molti i buoni propositi dichiarati da Enrico Letta nel suo breve discorso di fronte alla Camera. Blocco del versamento di giugno dell’Imu (misura finalizzata a prendere tempo per ridisegnare integralmente l’imposta unica municipale), congelamento dell’Iva al 21%, reddito minimo per le famiglie bisognose con figli, la detassazione delle assunzioni, il sostegno alle imprese. L’insieme di questi provvedimenti vale, o costa a seconda dei punti di vista, 15 miliardi di euro l’anno.

15 miliardi, tuttavia, che a ben guardare almeno al momento non ci sono nelle casse dello Stato e ieri il neo premier Letta non ha certo fornito chiari ragguagli su come e dove voglia reperire questa cifra enorme che pesa sul bilancio statale. Letta ha semplicemente detto che il governo si comporterà come un padre di famiglia e “un buon padre di famiglia non fa debiti”, anche se rimane il fatto che il “padre di famiglia” quei 15 miliardi li dovrà trovare se vorrà mettere in atto il piano di riforme annunciato.

La sospensione dei pagamenti Imu di giugno, aspettando che ci sia una revisione integrale del sistema, almeno per ora, a un gettito certo di 10 miliardi di euro (tanti ne sono stati riscossi a giugno 2012 tra prime, seconde  case e immobili vari). L’Imu nella sua totalità vale qualcosa come 24 miliardi e l’abolizione dell’imposta solo sull’abitazione principale inciderebbe per un valore di 4 miliardi ogni anno, più altrettanti per la restituzione che il Pdl vorrebbe per la quota versata nel 2012.

Per quanto riguarda l’Iva, la legge ne prevede l’aumento dell’aliquota di un punto percentuale, dal 21% al 22% a partire dal prossimo mese di luglio. Letta ha assicurato che il governo farà quanto è in suo potere per evitare che l’aumento si verifichi, ma per far fronte ad un possibile blocco dell’aliquota ci vogliono subito 6 miliardi di euro per il 2013 e 4 per il 2014 e altri 4 per il 2015.

Costa caro anche il reddito minimo per le famiglie in difficoltà, così come il sostegno alle imprese del resto, la detassazione delle assunzioni, gli sgravi fiscali sul lavoro, tutte misure che hanno bisogno di una copertura che non è ancora stata definita e che pesa, fortemente, sul bilancio.

Per il momento quelle che sono circolate sono solo ipotesi congetturali perché i ministri si sono chiusi nel più stretto riserbo per evitare di fare promesse che non possono mantenere. Ciò che invece appare certo è la fiducia che il neo premier ripone nella possibilità di ottenere dall’Unione Europea la concessione di una maggior margine di manovra sugli obiettivi di risanamento. La stima che è stata fatta su di essi si aggira tra i 6 e i 7 miliardi di maggior deficit annuo.

Il segnale positivo a tal proposito è rappresentato dalla Spagna, alla quale di recente è stata concessa una proroga di due anni per diminuire il deficit, ma è necessario essere molto cauti perché un conto è chiedere margini per aiutare le imprese, rilanciare l’economia e sostenere i cittadini più deboli, altro è chiederli per restituire una tassa sugli immobili che colpirebbe nella fattispecie i ricchi che, fino a ieri, l’Italia era l’unico paese europeo a non avere.

Letta, con la collaborazione di Saccomanni, il nuovo ministro dell’Economia, sarebbero pronti a varare una nuova tornata di revisione della spesa pubblica, con l’obiettivo di recuperare altri 4 miliardi all’anno, come proposto dagli stessi saggi che erano stati incaricati da Napolitano. I loro collaboratori hanno già iniziato ad esaminare il dossier delle privatizzazioni, e le operazioni straordinarie per ridurre il debito e, per questa via, il deficit.

Letta e Saccomanni, però, dovranno districarsi attraverso una rete di paletti politici piuttosto fitta e complessa. Il Pdl è pronto a proporre fra le possibili coperture quelle ipotizzate nel pacchetto studiato in campagna elettorale che prevede, per compensare l’abolizione dell’Imu, che i 4 miliardi vadano reperiti per metà da un aumento delle tasse su giochi, lotterie e dalla accise su alcol e tabacco, per metà dall’accordo con la Svizzera (ancora in alto mare) sulla tassazione dei capitali italiani nella confederazione, i cui effetti finanziari sarebbero anticipati dalla Cassa Depositi e prestiti. E’ esclusa, chiaramente, l’attivazione di una nuova tassa patrimoniale.

Il Pd, dal canto suo, è favorevole al negoziato con l’Ue, e tra le possibili fonti di finanziamento delle nuove misure mette in evidenza l’inasprimento della lotta all’evasione fiscale. Inoltre i democratici lanciano un monito contro i nuovi tagli alla spesa pubblica, l’incremento del ticket sulla sanità, nuove manovre sugli assegni previdenziali. ” Non sarebbe sostenibile una nuova manovra, neanche compensativa” ha affermato ieri in Aula il responsabile economico del partito, Stefano Fassina.


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