Se “la vita è tutta un tweet”, ora lo è anche la politica. I maggiori quotidiani del paese sembrano concordi: mai come questa volta, i social network hanno influenzato le scelte cruciali per il Paese.

Ci stiamo riferendo, naturalmente, all’elezione del presidente della Repubblica, che ha vissuto, come noto, di momenti concitatissimi, tra improvvise retromarce ed esecuzioni politiche al posto di celebrazioni annunciate.

Tutto dovuto a Twitter, attivissimo nei giorni caldi dell’elezione? La lettura pare a prima vista affrettata, se è vero che, col noto sarcasmo della rete, l’aver additato il web 2.0 come responsabile della situazione politica e istituzionale ha condotto in vetta alle tendenze italiane un hashtag che è già uno scherno alle riflessioni media-politologiche: #ècolpaditwitter.

A ben vedere, però, al netto dell’incapacità di una classe politica di proporre soluzioni credibili, non v’è dubbio che, oggi più che mai, i politici siano i primi a risentire dell’influsso della rete, sempre sveglia e pronta a innalzare – o a distruggere – la reputazione di un personaggio pubblico o dell’idea propugnata. Siamo alla riedizione in salsa web dell’annoso conflitto tra “apocalittici” e “integrati”, che può essere riproposto oggi senza perdere di attualità.

Ecco, perché non ha torto Aldo Cazzullo quando, sul Corriere della Sera, scrive che, in qualche modo, i tweet hanno sostituito i sondaggi, la vera bussola della Seconda Repubblica, in grado di intercettare e cavalcare il consenso.

Però, va riconosciuto che dietro alle rilevazioni demoscopiche – per quanto fallaci e a volte mal determinate – sussista una scientificità che, ancora, per l’analisi dell’opinione su Twitter e i vari social media non è ancora stata trovata. Certo, con un cinguettio è possibile raggiungere istantaneamente migliaia di persone – per i personaggi famosi addirittura milioni – ma l’errore che molti, e forse anche i politici, sembrano compiere nella prima era della politica 2.0 è quello di estremizzare i feedback ricevuti.

Così, misurando le reazioni in tempo reale, l’istinto sarebbe quello di tastare il  polso alla pubblica opinione su un’eventuale appoggio o stroncatura di un’idea. Senza contare, poi, che chi è ostile a una posizione è naturalmente più propenso a martellare affinché questa non si realizzi, mentre chi acconsente può imitarsi al semplice “mi piace”.  

In questo modo, però, non si tiene conto delle proprietà del mezzo, che sono per sua natura aperte, inclusive e senza filtri di sorta, terreno fertile anche alle opinioni più radicali, con critiche che rischiano di moltiplicarsi a valanga.

Dunque, allo stesso modo dell’utente medio, anche agli occhi di un politico un hashtag di tendenza, o un profilo seguito in massa, può in linea teorica assolutizzare quella che, comunque, resta una posizione numericamente minoritaria nell’opinione generale.

Cosa è accaduto, in concreto, per l’elezione al Quirinale? Contro Marini la sollevazione della rete è stata praticamente unanime, su Prodi si è registrato un fortissimo tam tam del centrodestra e l’auto organizzata manifestazione di venerdì pomeriggio. Stefano Rodotà, anche per chi non lo conosceva, è diventato improvvisamente la bandiera dell’anticasta e, infine, la politica ha scelto di non scegliere, grazie alla disponibilità al bis di Napolitano, mentre la folla si assiepava all’ingresso di Montecitorio sull’onda della protesta telematica.

La rete può sì penetrare al punto di influire con decisione sulle dinamiche pubbliche (basta pensare ai recenti referendum sull’acqua pubblica, snobbati completamente dai media tradizionali), ma questo accade anche perché i politici fondamentalmente la temono e, sbagliando grossolanamente, finiscono spesso per chiudersi a riccio. Da sempre, però, lo spessore dei leader si è registrato nella capacità di compiere scelte in apparenza impopolari, sostenute con fermezza, alla luce del sole, le quali, poi, a lungo andare, si sono rivelate corrette. E questo non deve essere da meno nell’era del web, anzi, andrebbe amplificato piuttosto che ridotto al solo fine di sfuggire alla gogna.

Quello che si richiede ai politici è saper ascoltare la rete, dare risposte trasparenti, senza assolutizzare il Verbo di internet; dall’altra parte, i cittadini dispongono di questo nuovo strumento per intervenire direttamente in meccanismi fino a pochi anni fa estranei alla loro quotidianità, che deve però essere usato con giudizio, pungolando i propri rappresentanti senza piombare nell’isterismo.

Più coraggio da parte dei politici, più riflessione da parte degli utenti: i nuovi strumenti di comunicazione sono una ricchezza troppo vasta per essere lasciata nelle mani di poche persone, o, allo stesso modo, perché in essi diventino predominanti solo le posizioni più radicali, con il rischio di provocare l’effetto “reazionario” della politica, coi risultati sotto gli occhi di tutti.

 


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