Il decreto 35/2013, meglio conosciuto come lo sblocca – debiti, stabilisce che per i lavori pubblici non solo possono entrare le fatture ma anche gli stati di avanzamento, il conto totale dei lavori, gli accordi bonari e gli espropri approvati entro fine 2012; alla medesima maniera, possono trarre una spinta anche i conferimenti e gli aumenti di capitale alle partecipate, attestati da provvedimenti assunti entro il 31 dicembre, e sulle altre spese è necessario tenere presente “un documento che ne attesti l’esigibilità”.

Come ha detto ieri l’Anci, con le prime istruzioni agli amministratori dei Comuni, che hanno l’esigenza di svincolarsi dalle nuove regole per attivare i 5 miliardi di cui sono titolari senza incorrere nelle sanzioni, offre un’interpretazione che incrementa il più possibile il numero di chance d’azione del decreto che libera le risorse dai vincoli del Patto. La lettura dei tecnici Anci – Ifel si basa sulla sperimentazione della nuova contabilità locale, che nel Dpcm del 28 dicembre 2011 determina come “esigibile” la “somma per la quale non esistono ostacoli al pagamento”.

Con il medesimo spirito, la nota di lettura chiarisce che il tenore letterale della norma, art. 1, comma 1 del Dl 35, consente di inserire anche i pagamenti esigibili al 31 dicembre 2012 ma “sostenuti nei primi mesi del 2013”. Dunque si muove in questo senso, seppure lentamente, la “gerarchia” dei pagamenti fissata dalla Ragioneria generale nei prospetti che enti devono inviare per richiedere lo sblocco delle somme, e che oltre ai debiti per appalti  o altre voci di conto capitale ancora non pagati includono anche le medesime voci esigibili a fine 2012 e corrisposte nei primi mesi del 2013.

La nota Anci, prodotta per aiutare le attività delle amministrazioni ad orientarsi, sulla questione si limita a constatare la scansione indicata dalla Ragioneria, che permette di legare il “bonus” ai pagamenti già effettuati solo se le richieste per quelli non ancora pagati non finiranno il plafond disponibile. Resta il fatto, comunque, che questo meccanismo rischia di non dare nessun aiuto a chi ha pagato, anche perché la Ragioneria ha dichiarato espressamente che gli enti che non hanno arretrati non pagati non potranno aderire alla ripartizione successiva degli eventuali spazi non assorbiti dalle richieste sui debiti incagliati.

Gli arretrati non ancora liquidati godono dell’attenzione prioritaria a causa della natura del provvedimento tuttavia, in pratica, oltre ad escludere dall’allentamento dei vincoli proprio i Comuni “virtuosi” nella gestione dei pagamenti, si possono registrare effetti collaterali sulle prospettive delle aziende che lavorano con loro; mentre il Patto incrementa progressivamente le proprie richieste, chi ha pagato di più nei primi mesi del 2013 corre rischi superiori di vedere esaurire velocemente gli spazi finanziari concessi dalle regole di finanza pubblica, e di qui la possibilità che si creino numerosi nuovi arretrati bloccati nelle casse invece di poter essere liquidati ai fornitori.

Nella nota di lettura, i tecnici Anci evidenziano le conseguenze indirette del meccanismo riservato alle Regioni, che in un primo tempo dovranno usufruire delle risorse liberate dal decreto per pagare i loro debiti nei confronti dei Comuni: questo sistema, affermano le istruzioni, “oltre a generare liquidità libererebbe spazi finanziari equivalenti” all’interno del dare-avere del Patto, e i Comuni potrebbero impiegarli “prioritariamente, e quindi non esclusivamente” per il pagamento dei vecchi debiti. Potrebbe essere dunque questo il modo per attenuare l’estromissione dei Comuni “virtuosi” dagli aiuti, ma tutto dipende ovviamente dalle singole variabili regionali.

Regioni che non godono di un buono stato di salute; infatti mentre i Comuni sono riusciti a ridurre di 4 miliardi il loro passivo, le Regioni, proprio come lo Stato, presentano i conti in rosso di 1,2 miliardi. Questo, almeno, è quanto emerge da un rapporto del Centro studi Unimpresa sull’andamento del debito pubblico italiani negli ultimi 12 mesi.

L’analisi, strutturata su dati della Banca d’Italia, valuta l’andamento delle finanze statali negli ultimi 12 mesi, vengono analizzati dettagliatamente i comparti “sani” della pubblica amministrazione dove brillano soprattutto i risultati delle province: da 9,2 miliardi del febbraio 2012, il debito è sceso a 8,5 miliardi, con una riduzione di 642 milioni pari a un risparmio medio mensile di 54 milioni. Il “rosso” dei comuni, poi, è calato del 6,85% diminuendo da 50,7 miliardi a 47,2 con una riduzione di 3,4 miliardi. In media, ogni mese, sui bilanci degli oltre 8 mila comuni del nostro Paese sono stati risparmiati 290 milioni.

Per quanto riguarda le regioni, poi, a febbraio 2012 il disavanzo era a quota 40,3 miliardi e un anno dopo era salito a 41,5 con un aumento di 1,2 miliardi (+3,04%) pari a 102 milioni in più in media ogni mese. Il debito pubblico dello Stato centrale è invece cresciuto, nello stesso arco di tempo, di 80,9 miliardi (+4,18%) con una crescita mensile media di 4,18 miliardi che ha portato la montagna del debito da 1.936,6 miliardi a 2.017,5 miliardi.

Si parla spesso di sprechi e di disastri di varia natura nei conti pubblici: con questi dati speriamo di aiutare le riflessioni fra quanti dovranno decidere come mettere a dieta la pubblica amministrazione. Dalla nostra rilevazione emerge che le amministrazioni territoriali sono più virtuose, in media, rispetto allo Stato centrale e che pertanto si criminalizzano in particolare i sindaci, ma si sbaglia bersaglio” ha dichiarato il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome