Quel 16 aprile 1988 non fu un sabato come tutti gli altri.
Mentre i forlivesi passeggiavano in quella che è una delle più grandi piazze d’Italia, Piazza Saffi, a pochi passi, in Corso Diaz, un commando delle Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente, assassinava barbaramente uno degli studiosi e politici più importanti per quegli anni.
Il Professor Roberto Ruffilli, Senatore della Repubblica, politolo e consigliere per le riforme costituzionali di Ciriaco De Mita (all’epoca Presidente del Consiglio e segretario della Democrazia Cristiana) aprì la porta ai suoi assassini che sotto le spoglie di due postini dovevano recapitare un pacco, venne fatto inginocchiare nel salotto della sua abitazione forlivese, e “giustiziato” con tre colpi di pistola alla nuca.
Mi resi conto di quanto era avvenuto solo quando mio padre mi telefonò allarmato, dicendomi che per le strade sfrecciavano auto delle forze dell’ordine a sirene spiegate, elicotteri sorvolavano la città, e posti di blocco avevano paralizzato il traffico cittadino. Abitando in periferia non mi ero resa conto di niente.
Quando mi giunse la telefonata dalla Questura, dove mi si chiedeva di correre in ufficio, allora capii che qualcosa di terribile era successo.
Arrivata a fatica in centro trovai il caos. I corridoi della Questura erano un via vai, i telefoni squillavano, i giornalisti aspettavano. L’atmosfera era quasi surreale. Forlì, un piccolo centro della Romagna, non era mai stato colpito al cuore in questo modo. Il terrore si era insinuato nei cittadini quando una cosa più grande di loro era trapelata dai primi telegiornali: dieci anni dopo l’assassinio di Aldo Moro, un altro politico democristiano, a pochi giorni dalla formazione del Governo De Mita (che Ruffilli aveva contribuito a far nascere) perdeva la vita nel modo più tragico, barbaramente ucciso nella sua casa.
Dopo una telefonata al quotidiano “La Repubblica” lo stesso giorno dell’uccisione, il 21 aprile, in un bar della capitale, venne ritrovato un volantino che rivendicava l’assassinio, che testualmente recitava: « Sabato 16 aprile un nucleo armato della nostra organizzazione ha giustiziato Roberto Ruffilli, […] uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali.
Firmato: Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente »
Le indagini partirono immediatamente, da parte degli uomini della Digos di Roma, della Squadra Mobile e della Digos della Questura di Forlì; per giorni, mesi, non si parlò d’altro. Troppo grave ciò che era accaduto, tornavano gli anni del terrore, lo spettro delle Brigate Rosse aleggiava, la paura di camminare per strada ed incrociare un potenziale assassino era nella mente di molti. Alla fine gli assassini vennero individuati e condannati.
Roberto Ruffilli nasce a Forlì nel 1956, e dopo essersi diplomato al Liceo Classico vince una borsa di studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, laureandosi nel 1960 in scienze politiche.
Studia l’evoluzione dello Stato moderno e nel mondo contemporaneo; insegna Storia Contemporanea e poi Storia delle Istituzioni, e nello stesso tempo si impegna attivamente in politica, lavorando a fianco di Ciriaco De Mita e diventando senatore della Democrazia Cristiana nel 1983.
Coerentemente al suo ruolo di studioso, mantenendosi persona semplice, rimasto attaccato alla sua Forlì dove tornava per giocare a carte con gli amici di sempre, fu attento ai problemi dei cittadini, analizzò a fondo il sistema politico italiano, e costruì intese col Partito Comunista per riformare la legge elettorale e le istituzioni, sull’onda del pensiero di Moro. I partiti politici avevano una insostituibile funzione per la vita democratica del paese, ed era convinto che occorreva ricercare la massima condivisione possibile tra le forze politiche sulle regole di convivenza e sui problemi istituzionali.
A lui è stata dedicata la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna – sede di Forlì, una delle biblioteche universitarie di Forlì, una Fondazione ed una casa di riposo, sul lato opposto della strada dove venne assassinato.
Martedì 16 aprile 2013, nel venticinquesimo anniversario della morte, i forlivesi sono invitati ad un incontro con i protagonisti dei quei giorni, che hanno vissuto in prima persona i tragici eventi: i giudici e gli appartenenti alle forze dell’ordine e la nipote di Ruffilli. Ci racconteranno la storia delle indagini per individuare gli assassini, i giorni del processo che li visti poi condannati.
Per non dimenticare.
Perché la memoria resti. Perché le future generazioni sappiano che la nostra recente storia democratica ha visto immolati degli innocenti che hanno creduto fortemente, sino in fondo, alla democrazia. Che hanno amato il loro paese e le istituzioni, dedicandovi con passione la vita, che hanno creduto nello STATO, fino all’estremo sacrificio.

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