Alle ore 20 del 28 febbraio 2013 è calato il sipario sul pontificato di Benedetto XVI e con esso si è concluso anche il governo di Tarcisio Bertone. Il porporato salesiano, segretario di Stato di Joseph Ratzinger dal 2006, ha svestito i panni del “primo ministro” per indossare quelli di Camerlengo, colui che adempie agli affari della Chiesa in periodo di sede vacante. Già prima della fumata bianca, le teste dei porporati erano proiettate verso la nomina del nuovo Segretario di Stato, braccio destro del Papa, amministratore assoluto degli affari Interni la Chiesa. Il tentativo, preconizzavano i più, sarà quello di ripristinare la modalità pre-Bertone, quando l’esecutivo vaticano era posto sotto la guida di un diplomatico e non di un canonista. La questione tuttavia ha assunto pieghe diverse e la scelta dimissionaria di Joseph Ratzinger ha fatto cadere tutte le cariche pontificie vigenti. Ai 115 cardinali elettori non è stata concessa l’autorità di eleggere il futuro Segretario di Stato, di esclusiva nomina papale, facendo affiorare nei giorni di Conclave l’ipotesi di un compromesso Papa-Segretario, un accordo di base entro il quale accorpare i maggiori consensi.

Il cardinale Mauro Piacenza, ad esempio, emergeva tra i nomi affiancati al ‘papabile’ Pedro Scherer. Nel toto-nomine sono poi spuntati i nomi del ministro degli Esteri, il cardinale Dominique Mamberti e dell’argentino Leonardo Sandri. Tra gli altri profili giudicati candidabili alla “premiership” pontificia sono circolati quelli del  porporato Fernando Filoni, alla guida del dicastero di Propaganda Fide, e del suo predecessore Crescenzio Sepe, attuale arcivescovo di Napoli. Se al Soglio pontificio fosse invece arrivato, come erroneamente preannunciato da giornali e media, Angelo Scola, l’’italianità’ dell’alto prelato avrebbe costretto ad un’inversione di rotta, lasciando la governance, dopo lungo tempo, ad un delegato straniero. Ora che l’elezione del nuovo vescovo di Roma si è rivelata al mondo, il candidato ‘papabile’ alla Segreteria di Stato rimane un’incognita. Considerando l’estrazione gesuita del Pontefice neo eletto, l’argentino ex arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, e rammentando la sua proverbiale inclinazione alla vita ‘pellegrina’ in opposizione ai fasti ecclesistici, sono già in molti a parlare di un candidato extra curiale.

La carica del Segretario di Stato rappresenta il dicastero nodale della Curia Romana, e chi ne vestirà gli onori sarà colui che potrà collaborare più da vicino con il Papa nella guida della Chiesa, sia coordinandone gli uffici che curando i rapporti con gli Stati e gli organismi internazionali. Si tratta di un vero e proprio ministero per gli affari interni, avendo direttamente a che fare con la direzione ed il coordinamento della Santa Sede. Il prossimo Segretario di Stato, come da tradizione, sarà preposto anche alla preservazione del Sigillo papale (attraverso il quale vengono autenticati i più importanti atti del Pontefice) nonché alla custodia dell’anello piscatorio (con cui vengono sigillati i brevi). Egli inoltre è chiamato a vigilare sugli organi di informazione della Santa Sede, dal Portavoce, all’Osservatore Romano, alla Radio Vaticana fino al Centro Televisivo Vaticano, e a rendere pubblici gli Acta Apostolicae Sedis, il bollettino ufficiale. Questi i motivi per i quali la nomina del braccio destro del Papa diventa un traguardo a cui si guarda con sentita apprensione. L’elezione di Francesco I al Soglio pontificio, però nuovi spiragli


Il primo nome che circola è quello di Carlo Maria Viganò, attualmente nunzio papale negli Stati Uniti. È lui l’uomo che con le sue lettere, finite sulla stampa internazionale, ha in qualche modo originato lo scandalo di Vatileaks, denunciando le presunte malversazioni interne ai meandri dei Sacri Palazzi. Monsignor Viganò sembra essersi guadagnato la fiducia dei molti porporati americani giunti a Roma per il Conclave. Anche il secondo nome, quello dell’italo-argentino Leonardo Sandri, il quale peraltro infrangerebbe la regola che vuole associato ad un Papa straniero un Segretario italiano, sembra destare attenzione e fervore. Sandri, tuttavia, pur provenendo da una posizione di prestigio (la Congregazione per le Chiese orientali) ed avendo alle spalle un’ampia esperienza diplomatica e curiale, pare rivestire un potere troppo poco influente per poter ambire alla Segreteria.

Infine, le indiscrezioni trapelano quale terzo ed ultimo nome ancora quello dell’arcivescovo Dominique Mamberti, al momento Segretario per i Rapporti con gli Stati. Nato in Marocco ma proveniente dall’école della diplomazia francese, Mamberti può vantare tra i suoi maestri il cardinale Jean Louis Tauran, uomo dalla fama di abile negoziatore. L’arcivescovo franco-marocchino è anche relativamente giovane e insieme a Viganò potrebbe formare un’accoppiata vincente per il governo della Curia. È stato consacrato vescovo nel 2002 dall’allora Segretario di Stato Angelo Sodano e con lui i sostenitori dell’italiano potrebbero rischiare di tornare in auge nell’era post-Bertone. I profili più gettonati, per il momento, sembrano esaurirsi qui. La diplomazia potrebbe ricomparire nella stanza dei bottoni in Vaticano, tuttavia resta l’incognita ‘Francesco’ a rilanciare le speranze per una virata che sia risolutiva anche nella nomina di Segretario.  


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