Il momento per Jorge Mario Bergoglio, doveva ancora arrivare nel 2005. Il nuovo pontefice della Chiesa cattolica, arrivato al soglio nello stupore dei media di tutto il mondo, che già prefiguravano uno dei nomi più gettonati delle ultime ore – Scola, Dolan, Sherer – aveva sfiorato l’elezione già otto anni or sono, quando a vestire l’abito bianco fu, infine, Joseph Ratzinger.

Fu lui, infatti, l’unico a insediare l’elezione di Benedetto XVI, fidato consigliere di Giovanni Paolo II e favoritissimo della vigilia. In quell’occasione, quando ancora la crisi mondiale non si era manifestata e la Chiesa non era nel mezzo di continui scandali, ad appoggiare la candidatura di Bergoglio fu nientemeno che il cardinal Carlo Maria Martini, grande alter ego dell’epoca di Karol Wojtyla e gesuita come il papa attuale.

Le cronache di allora raccontano di un Conclave rapido, ma incertissimo nei suoi quattro scrutini. La prima votazione vide Ratzinger assestarsi a quota 47 voti, un buon gruzzolo di preferenze ma ancora insufficiente per essere eletto al soglio di Pietro. E, secondo i rumors di otto anni fa, la tattica di Carlo Maria Martini, dato tra i favoriti ma già sofferente, sarebbe stata proprio quella di puntare su Bergoglio per bloccare l’avanzata conservatrice fedele all’allora cardinale tedesco.

Al secondo scrutinio, però, Ratzinger compì un salto decisivo verso il pontificato: 65 voti contro i 35 di Bergoglio, che resisteva a fatica all’incedere dell’onda ortodossa e, idealmente, in continuità con il lascito di Giovanni Paolo II. Insomma, il fronte per il papa latinoamericano si assottigliò progressivamente, arrivando alla terza votazione, quando Ratzinger si avvicinò decisamente al quorum dei due terzi, arrivando a quota 72 preferenze, con il sussulto, però, dell’attuale papa Francesco, che recuperò fino a 40 voti.

Insomma, proprio quando pareva profilarsi una situazione di incertezza, lo scatto decisivo che portò all’arrivo di Benedetto XVI: fu il quarto scrutinio quello definitivo, uno in meno di quelli necessari, ieri, per eleggere Bergoglio a 266esimo papa della Chiesa cattolica. Ratzinger raggiunse 84 voti, lo sfidante si fermò a 26: il Conclave aveva compiuto la sua scelta.

Allora, meno di oggi, si rivelarono meno influenti le componenti extraeuropee del collegio cardinalizio, che, attualmente, sono numericamente equivalenti ai rappresentanti del vecchio continente. Il resto, è storia.

Le recenti vicissitudini della Chiesa, la crisi economica nel mondo occidentale e il grande tema dell’evangelizzazione nei Paesi emergenti questa volta hanno avuto la meglio, affidando a Jorge Mario Bergoglio un compito enorme, ma che lui solo, secondo il responso seguito all’extra omnes, sarebbe in grado di svolgere.

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