Dopo la crisi del governo Berlusconi, la breve e tumultuosa esperienza del governo dei tecnici ed una campagna elettorale dai toni a dir poco accesi, si sperava che l’esito elettorale potesse concedere all’Italia un pò di tranquillità tale da consentire così al Paese di poter finalmente risolvere quei problemi che da troppo tempo restano irrisolti.

Purtroppo nulla è cambiato in questi giorni e, se possibile, si assiste ad uno scenario ancor più incerto e confusionale. Le imprese chiedono alla Politica interventi strutturali di lungo termine volti a rilanciare l’economia mentre i cittadini, sempre più in affanno, chiedono interventi immediati capaci di far fronte in primo luogo al dramma della disoccupazione.

La Politica, tuttavia, sembra incapace di dare una risposta. I tre partiti che hanno ottenuto rispettivamente un terzo del consenso elettorale (voto più voto meno) sembra che proprio non riescono a trovare una soluzione: il Pdl vorrebbe allearsi con il Pd; il Pd, che ha detto mai con Berlusconi, vorrebbe accordarsi con il Movimento 5 Stelle su alcuni punti determinati; il Movimento 5 Stelle ha dichiarato a più riprese di non voler dare la fiducia a nessuno dei “vecchi” partiti.

Tale impasse, come se non bastasse, è aggravata dalle “coincidenze istituzionali”: l’attuale Presidente della Repubblica, essendo in scadenza di mandato, non può sciogliere le Camere e consentire di ritornare alle urne.

E quindi cosa fare per uscire da questa situazione di stallo in cui sembra essere sprofondato il Paese? Pochi giorni fa il Presidente Napolitano ha rivolto un nuovo appello alle forze politiche: “I problemi urgenti e le questioni di fondo che riguardano l’economia, la società, lo stato, non possono aspettare, devono ricevere risposte e dunque richiedono che l’Italia si dia un governo ed esprima uno sforzo serio di coesione”. Ma al momento non sembra che le parole del Presidente abbiano sortito alcun effetto.

Dal giorno dopo l’esito elettorale, questo circolo “vizioso” è stato sin troppo chiaro e allora è partito il valzer delle possibili “soluzioni”: “governo istituzionale”, “governo di minoranza”, “governo tecnico”, “governo del Presidente”, “governissimo”, “governo di scopo”, “governo dimissionario” e chi più ne ha più ne metta!!

Di tutte le ipotesi circolate quella della prorogatio del governo Monti, a mio avviso, è quella più “suggestiva”. La soluzione, proposta dal Prof. Becchi, ordinario di filosofia del diritto all’università di Genova, e “vicino” al Movimento 5 Stelle, prevede in sintesi che: “le forze politiche possono prendere atto che non sarà possibile formare nessun nuovo governo — per evidenti ragioni politiche e di numero —. Quindi si potranno, diciamo così, «inscenare» uno o più tentativi di mandato esplorativo, aprire cioè le consultazioni per un tempo indeterminato, ed intanto avere il governo dimissionario in prorogatio che sbriga gli «affari correnti». Ci sarebbe, però, un Parlamento nuovo, che riacquista pieni poteri legislativi, e che potrà fare tutte le riforme ritenute necessarie: la legge elettorale, il taglio ai costi della politica, la diminuzione del numero dei parlamentari, l’anticorruzione, il conflitto di interessi e così via”.

Tanti i dubbi, a mio avviso, che tale proposta suscita.

In primo luogo, sebbene la Costituzione non preveda un termine, immaginare che si svolgano delle consultazioni a tempo indeterminato è una soluzione alquanto singolare. E sicuramente di tempo indeterminato si dovrebbe trattare se realmente il nuovo Parlamento volesse legiferare in materie così importanti e controverse tra cui anche la riduzione del numero dei parlamentari che richiede la procedura di revisione costituzionale che, come noto, è una procedura aggravata rispetto alla normale approvazione delle leggi ordinarie.

Non si saprebbe, inoltre, come giustificare all’Europa e al mondo, in un momento di tale crisi, l’incapacità dell’Italia di dotarsi di un esecutivo. E l’autorevolezza che tale governo avrebbe in tali contesti è facile immaginarlo.

Il governo dimissionario, inoltre, come lo stesso Prof. Becchi ha rilevato, potrebbe occuparsi solo del disbrigo degli affari correnti, ossia dovrebbe adottare quegli interventi necessari al corretto funzionamento della pubblica amministrazione. In dottrina si è spesso discusso di cosa si intenda per “ordinaria amministrazione” non essendovi riferimenti normativi specifici né tanto meno la Costituzione ne determina i limiti. La qualifica di ordinaria amministrazione ricomprende sicuramente quell’attività di cui sia riscontrabile, perché imposto dalle norme vigenti o dal determinarsi delle circostanze contingenti, il carattere della necessità, e che, pertanto implichi una discrezionalità politica “ridotta”. Si tratta dunque di tutta quell’attività necessaria volta alla tutela del costante funzionamento delle pubbliche istituzioni ed alla garanzia di interessi insopprimibili della collettività, e certamente non quella rivolta a perseguire gli interessi di parte frutto dell’iniziativa politica derivante da un rapporto fiduciario con la maggioranza parlamentare. Non esistendo dunque una definizione normativa, molti Presidenti del consiglio hanno ritenuto di specificare il significato di “affari correnti”, adottando apposite direttive in occasione delle dimissioni. Tali direttive, sebbene vi siano dubbi sul loro carattere vincolante, possono fornire a titolo indicativo i possibili confini dell’attività consentita ad un governo privo della fiducia parlamentare. L’ultima direttiva risale al 25 gennaio 2008 ed è stata adottata dall’allora Presidente Prodi. La direttiva in sintesi prevedeva:

– l’attuazione delle determinazioni già assunte dal Parlamento e l’adozione degli atti urgenti;

– la continuità dell’azione amministrativa, con particolare riguardo ai problemi dell’occupazione, degli investimenti pubblici ed ai processi di liberalizzazione e di contenimento della spesa pubblica;

– per quanto riguarda l’attività del Consiglio dei Ministri, l’approvazione degli atti urgenti, tra i quali l’esame delle leggi regionali e dei contralti collettivi nazionali di lavoro;

– il divieto di esaminare nuovi disegni di legge, salvo quelli imposti da obblighi internazionali o comunitari;

– l’adozione di decreti legge e, ai soli fini di evitare la scadenza dei termini, di decreti legislativi;

– l’adozione di regolamenti governativi o ministeriali, solo nel caso in cui erano previsti termini di legge per la loro emanazione e soltanto i regolamenti per i quali risultava già in stato avanzato il procedimento di adozione;

– la possibilità di nomine, designazioni e proposte strettamente necessarie perché vincolate nei tempi da leggi o regolamenti, o derivanti da esigenze funzionali, non procrastinabili, per assicurare pienezza e continuità all’azione amministrativa.

Si deve inoltre osservare che in relazione all’esecutivo si sospende anche l’attività del Parlamento con l’eccezione delle misure urgenti quali ad esempio la conversione dei decreti legge. Secondo prassi costante, infatti, durante il periodo in cui il governo è dimissionario, non vi è una calendarizzazione dei lavori parlamentari in cui, è bene ricordarlo, il governo ha un ruolo determinante, ma le Camere vengono solitamente convocate a domicilio.

In conclusione è sicuramente condivisibile quanto affermato da Becchi e ripreso poi dal capogruppo del M5S al Senato Vito Crimi di voler ridare centralità al Parlamento. È vero, infatti, che da diversi anni il Parlamento vede sviliti i suoi poteri da un eccesso di utilizzo da parte del governo della decretazione di urgenza e del ricorso alle questioni di fiducia. Ma non si riesce a capire il perché non voler garantire all’esecutivo per un “tempo indeterminato” quei poteri parimenti riconosciuti dalla stessa Costituzione e che possono esplicarsi solo a seguito di un rapporto fiduciario con il Parlamento.

 

A questo punto non resta che affidarci al Presidente Napolitano che, come definito dall’ex presidente della Corte Costituzionale Giovanni Conso, rappresenta un “faro” per l’Italia in questo momento delicato. “Anche se a volte nella nebbia si fatica”, Napolitano ha rassicurato che farà del suo meglio fino alla fine del mandato e certamente tale impegno sarà perseguito dal suo successore, sempre che i partiti, beninteso, riescano a mettersi d’accordo almeno su chi eleggere per il Quirinale.

 


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