Le elezioni politiche appena celebratesi, con il loro esito imprevedibile, lasciano l’amaro in bocca un po’ a tutti: innanzitutto, al Partito Democratico che, pur avendo il maggior numero di consensi insieme ai propri alleati, sia alla Camera che al Senato, non può contare sulla maggioranza assoluta dei seggi nella Camera Alta; a Grillo, che non ha conseguito il premio di maggioranza alla Camera, pur essendo in assoluto il partito più votato dagli Italiani; a Berlusconi, che ha recuperato rispetto ai dati dei sondaggi, arrivando a centomila preferenze circa dalla vittoria alla Camera, che lo avrebbe proiettato probabilmente alla Presidenza della Repubblica.

Ma, come uscire dallo stallo determinato dal voto?
La situazione non è chiara: il sostanziale pareggio al Senato è un fattore che, inevitabilmente, produrrà instabilità politica e determinerà, prima o poi, la conclusione anticipata della legislatura, che si preannuncia come una delle più brevi della storia repubblicana.
Con quale forza il PD potrà governare ed ambire così a promuovere, almeno, la riforma della legge elettorale ed un provvedimento legislativo volto alla riduzione dei costi della politica? Con Berlusconi? Con Grillo? Non sarebbe stato meglio, allora, andare al voto nel novembre del 2011, quando Berlusconi appariva in grossa difficoltà e la propaganda grillina non aveva raggiunto sì alti livelli di gradimento popolare? Quale sarà il prezzo che dovrà pagare il P.D. per portare Bersani a Palazzo Chigi? Con quale maggioranza sarà eletto, ad aprile, il prossimo Presidente della Repubblica? Quale affidabilità potrà assicurare un Parlamento nel quale la seconda forza è costituita da un movimento che potrà contare su un gruppo di neo-deputati e senatori alla primissima esperienza nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama? Quale effetto sui mercati potrà determinare l’evidente ingovernabilità di un ramo del Parlamento? Cosa faranno la Germania e gli U.S.A., qualora dovessero avvertire che l’Italia è avviata a percorrere il medesimo crinale della Grecia? La crisi economica quanto inciderà sugli equilibri del costituendo Governo, che sarà ineluttabilmente composto da forze disorganiche, indifferentemente in caso di alleanza del P.D. con il P.d.L. o con i Grillini?
I quesiti sono numerosi e, al momento, non lasciano intravedere una possibile risposta: appare probabile che, per il nostro Paese, si aprirà un periodo che acuirà viepiù la conflittualità sociale e che vedrà l’assenza di punti di riferimento partitici certi ed inequivoci per la maggioranza degli Italiani: d’altronde, se nessuno dei tre principali partiti raggiunge il 30% dei consensi, ciò è la prova che la frammentazione ha prevalso, nuocendo gravemente sia al Centro-Destra, che al Centro-Sinistra.
Anche da un punto di vista della geografia politica, l’Italia appare divisa in modo netto: la demagogia del Cavaliere miete consensi in modo sorprendente al Sud, dove la povertà ed il disagio sociale costituiscono il migliore brodo di coltura per le sirene berlusconiane, mentre l’opulenta e laboriosa Italia centrale è saldamente nelle mani del Centro-Sinistra. Naturalmente, le regioni più ricche, Lombardia e Veneto, sono ancora appannaggio della coalizione berlusconiana, perché la Lega, pur perdendo consensi a seguito degli scandali dell’ultimo anno, permette all’alleanza berlusconiana di essere maggioritaria in quelle regioni, che sono la locomotiva dell’economia nazionale.
Cosa si può fare, ora, per uscire da un simile cul de sac?
L’obiettivo principale degli osservatori è volto a verificare la saldezza del Partito Democratico, che rischia invero di implodere, dovendo assumere la responsabilità di governo in una condizione siffatta; certamente, all’interno di quel partito si aprirà a breve un dibattito che vedrà due posizioni difficilmente conciliabili: da una parte, ci sarà chi vorrà aprire un dialogo con Grillo, per evitare di subire ulteriormente l’onda distruttiva del movimento del comico genovese, mentre altri riterranno più percorribile la strada che porta alla formazione di un governo di “salute pubblica” con l’avversario di sempre, cioè con Berlusconi e con quanti, oltre a Monti, vorranno far parte della seconda edizione di un esecutivo spurio.
Quale tesi prevarrà? Al momento, Bersani appare più orientato a scegliere la prima opzione, relegando così definitivamente Berlusconi all’opposizione, ma invero ci appare non poco precaria una compagine di governo al cui interno dovesse esserci in una posizione di forza un soggetto movimentista, che fa della propaganda in piazza – sia quella fisica, che quella telematica – il mezzo essenziale per la propria crescita elettorale.
Certo, non mancheranno gli spunti di riflessione nelle prossime settimane, sperando che il Paese non stia per subire un ulteriore e rapido imbarbarimento della vita pubblica, che renderebbe molto più problematiche le chances di uscita dalla crisi.

 

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