Chiusa, senza troppo onore, la partita delle elezioni politiche, si toglie finalmente il bavaglio ai sondaggi politico-elettorali. Più volte tirati in ballo, negli ultimi giorni, per le previsioni sballate sull’esito delle elezioni, i maggiori istituti di ricerca del Paese cercano di riconquistare credibilità scandagliando umori e provenienza degli elettori che hanno deciso il voto.

Naturalmente, osservato speciale è il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo, protagonista assoluto sia dello scrutinio – dove si è classificato come primo partito italiano alla Camera del deputati – sia del focoso dibattito post voto, tra le aperture di Bersani e le attenzioni all’estero, come sappiamo ben poco lusinghiere.

A riaprire l’attività dei propri meccanismi di ricerca sociale, è dunque l’istituto Demopolis, che traccia un profilo del variopinto elettorato del comico blogger, l’unico leader completamente estraneo ai talk show politici nell’ultima campagna elettorale.

L’analisi di Demopolis è impietosa per i partiti “tradizionali”, così chiamati per comodità, ma che in realtà esistono, con l’attuale denominazione, soltanto dal 2006. Secondo la ricerca, Grillo ha pescato quasi in misura equivalente sia dalle schiere di Bersani che da quelle di Berlusconi.

I calcoli dell’indagine, infatti, mettono in evidenza come, di oltre 8 milioni e 700 mila preferenze accordate, 4 milioni e 80 mila – cioè oltre la metà – arrivano da chi, cinque anni or sono, aveva optato per uno dei due partiti maggiori.

Nello specifico, sono valutati in 2 milioni gli elettori del Pd in fuga verso i 5 Stelle e addirittura in 2,8 milioni quelli che, per la stessa ragione, hanno abbandonato il Cav. Anche altri partiti, però, non sono immuni all’epidemia Grillo: Lega Nord e Idv cedono porzioni significative della propria riserva elettorale, assicurando a Grillo rispettivamente il 12% e l’11% di voti in più.

Insomma, il MoVimento 5 Stelle di configura come un soggetto del tutto trasversale all’arco politico, che sgretola le appartenenze e pare accantonare qualsiasi proposito di “ritorno al bipolarismo”, come è stato vaticinato negli ultimi giorni. In presenza di un movimento così forte ed eterogeneo, non considerare il partito di Grillo come pari grado sarebbe un errore madornale per Pd e Pdl.

Non a caso, sono proprio Pd e Pdl i principali sconfitti delle elezioni in termini prettamente matematici: tre milioni e mezzo i voti complessivamente persi dai democratici – curiosamente, il numero dei votanti alle primarie – addirittura sei milioni quelli smarriti da Berlusconi, malgrado la rimonta delle settimane finali.

Ad aver inciso su questa conformazione, che rispecchia fedelmente i rapporti di forza delineati dal nuovo Parlamento, specialmente al Senato, sarebbe stata la campagna elettorale svolta dai leader: su tutti, svetta proprio Grillo che, dopo aver consolidato la sua base del web, è uscito nelle piazze, con 77 comizi-spettacolo in tutta Italia, e il gran finale di Roma, con la piazza gremita di sostenitori. Efficace, anche se su canali tradizionali, la strategia di Berlusconi, che, grazie a qualche colpo di teatro – il rimborso Imu – e la strapotenza televisiva, ha richiamato “all’ordine” una consistente fetta dei suoi ex elettori propensi all’astensione. Come denotano le cifre, deludenti le campagne sia di Pier Luigi Bersani che di Mario Monti: ininfluente, per quest’ultimo, l’apporto di uno dei guru della comunicazione americani, David Axelrod, a conferma che, per toccare le corde giuste al popolo elettorale, non esistono affatto formule infallibili.

A riprova dell’importanza delle ultime fasi della campagna, il dato di Demopolis è che almeno il 25% dei votanti abbia definito il proprio orientamento proprio nelle battute finali, con Grillo che riempiva piazza San Giovanni, Berlusconi bloccato dalla congiuntivite e gli altri leader sparsi per qualche teatro a chiudere la propria campagna in sordina.

Quindi, veniamo alle motivazioni: in vetta alle ragioni che hanno spinto gli elettori a esprimere il proprio voto, troviamo la necessità di cambiare dalle fondamenta la classe politica (42%), seguita, a distanza, dal bisogno di cambiare la rotta sulle politiche economiche e fiscali (31%). Insomma, siamo esattamente nel terreno di Beppe Grillo e, per la parte fiscale, di Berlusconi: temi su cui l’azione del Partito democratico e di Monti non ha fatto breccia, generando, con ogni probabilità, l’impasse parlamentare che conosciamo. E consentendo a Grillo e al MoVimento 5 Stelle di mettere a segno un boom che è già nella storia della politica italiana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome