Dalle ore 20 di ieri sera ha preso avvio la Sede Apostolica vacante, Benedetto XVI non risponde più della sacralità papale e il Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, è diventato ufficialmente Camerlengo della Santa Romana Chiesa, presiedendo, sino alla nuova elezione, alle funzioni gestionali ed amministrative della Sede vacante. A sancire le responsabilità funzionali della carica di Camerlengo interviene una tradizione apostolica con mille anni di storia. Sin da epoca medievale il Camerlengo, era infatti il garante della Camera apostolica, il vero e proprio tesoriere  di tutti gli averi papali. Per secoli il Camerlengo ha costituito il profilo prelare con la più stretta familiarità papale, avendo dunque diritto a specifici privilegi quali segni di inequivocabile prestigio tra i membri della corte.

La carica assorbiva anche la dirigenza delle funzioni disciplinari all’interno della curia, ricevendo dalle dirette mani del Papa “il bastone del comando”. Con l’introduzione della riforma curiale, varata da Pio X nel 1908, le mansioni da Camerlengo, nel corso di un singolo pontificato, vennero suddivise tra i vari dicasteri finanziario-amministrativi della cancelleria vescovile. Non furono, tuttavia, in alcun modo toccate le rispettive funzioni in periodo di Sede vacante. Il Camerlengo costituiva, infatti, un caso eccezionale: era uno tra gli sporadici prelati curiali il cui ufficio non veniva a decadere con la morte del Pontefice. Questo in funzione del suo peculiare ruolo: egli doveva infatti continuare a salvaguardare i beni di “palazzo”, la corretta gestione della dipartita papale e la consecutiva amministrazione della Sede vacante.

Spettava infatti proprio allo stesso Camerlengo convogliare tutti i possedimenti papali in un unico, ben delineato luogo, incedere nel riconoscimento formale della salma del Pontefice defunto ed infine impartire l’ordine che preannunciava il rintocco della più grande campana campidoglia, la quale comunicava la morte del Sommo all’intera città. Il Camerlengo, in virtù della sostanziosa missione affidatagli in Sede vacante, veniva scortato dalla presenza costante della Guardia svizzera e, come accaduto negli ultimi giorni del pontificato di Papa (ora emerito) Ratzinger, veniva a presiedere a due precisi rituali di consueta ‘saldatura’. Il primo comprendeva il conferimento, nelle mani del primo garante delle cerimonie, dell’anello piscatorio affinchè fosse spezzato; mentre il secondo riguardava l’erogazione del sigillo di piombo con inscritto il nome del Papa.

Il Camerlengo conservava, inoltre, le chiavi dello stesso Conclave, una volta riunitesi all’interno i cardinali al completo. Una volta nominato il successore al Pontificato, le responsabiltà ‘camerlenghe’ non venivano meno: era lui infatti l’incaricato a consegnare l’anello piscatorio insieme alle chiavi dell’appartamento papale al nuovo vescovo di Roma. Il designato veniva così scortato da San Pietro alla basilica di San Giovanni al Laterano, e proprio qui il Camerlengo rimaneva protagonista del rituale che prevedeva il lancio al Papa di tre modeste quantità di denaro, il tutto accompagnato dalla recita di specifici dictat apostolici, gli Atti 3 e 6 pronunciati da san Pietro (“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do”). Al giorno d’oggi molte delle simbologie e delle concessioni ascritte alla carica di Camerlengo sono diventate desuetudine, ciò nonostante l’importanza della responsabilità fideiussoria  di vigilanza e custodia della prosecuzione pontificia è rimasta rigorosamente immutata.


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