Ingovernabilità: una parola che oggi è nella bocca di tutti. Gli esiti elettorali non hanno lasciato scampo: siamo un Paese ingovernabile. L’instabilità sociale, prima che politica, che sembra avvolgere e trascinare il nostro Bel Paese, deriva dalle persone, prima ancora che dai numeri. Gli schieramenti partitici tradizionali, nessuno escluso, sembrano uscire comunque sconfitti. Rimane valida, certo, la legge delle percentuali che vede spuntare la coalizione di Bersani sia alla Camera, con lo 0,4% in più che fa incassare un premio di maggioranza abnorme grazie al Porcellum voluto dalla destra, sia al Senato, anche se per un soffio, dove non esiste maggioranza possibile.

In realtà dietro i numeri si nasconde un malessere diffuso e generalizzato che ha, in parte, fatto dimenticare agli italiani il significato autentico del voto, nel suo senso profondo di valore morale, espressione civile e scelta democratica. Il Pd non soltanto si è rivelato incapace di condurre in porto una vittoria considerata ovvia, ma ha così perso l’ennesima opportunità di cancellare le tracce di un ventennio caratterizzato per lo più da scandali, soprusi ed illegalità, un ventennio che ha delineato un Paese saturo di berlusconismo e che è rimasto inerme dinanzi alla crisi.

Questa turnata elettorale non sembra sancire dei veri vincitori,  pare piuttosto realizzare dei veri e propri miracoli che, da sola, la credulità italiana può consentire: dall’incredibile riesumazione politica di Berlusconi, che sembra addirittura sfiorare la vittoria, si passa poi al trionfo dello tsunami grillino che grazie al rinnovamento e al messaggio di protesta diventa primo partito. Non ne è uscito miracolato il congedato premier Mario Monti, la cui riconversione politica non raccoglie sufficienti frutti

La posta in palio era alta, e i risultati ne hanno dato conferma: quello di cui il Paese sembra avere più bisogno è proprio il cambiamento, e cioè una proposta che sia risolutiva e realistica, una risposta celere ed efficiente alle anomalie che da troppo tempo atrofizzano il sistema politico ed istituzionale. Il mancato raggiungimento di una maggioranza al Senato è interpretabile come un segno tangibile di inequivocabile sfiducia: il credito delle reti partitiche si smonta e la macchina democratica si spegne. Uno scenario dunque sconcertante, e per certi versi completamente deludente, macchiato di tinte ancora più opache dai recenti scandali di “Palazzo” e dagli inciuci di malgoverno.

Gli elettori non si riconoscono più negli eletti, e gli eletti non sembrano più trovare appigli appetibili se non nei termini dei falsi miti o del qualunquismo antipolitico. A ciò si assomma la diffidenza verso il vincolo europeo, che punta il dito contro l’Italia in bilico, e allo stesso tempo sembra tirare le redini verso un’Unione salvifica e compatta. Il quadro paradossale che emerge è quello di uno Stato, sì in crisi, sì attaccato ad substrato culturale completamente avulso alla compartecipazione coesa per superare la crisi, ma comunque sempre incline a sobbarcarsi i pesi degli enormi sacrifici.

Le speranze non vengono dunque completamente a crollare, tocca rimboccarsi le maniche per eliminare una volta per tutte dall’orizzonte politico-sociale italiano l’affermazione delle tante, troppe, millantate rassicurazioni che si rivelano risposte banali a problematiche complesse. Quello che manca non è dunque il coraggio, un coraggio che si deve adoperare per mettere in campo nuove leadership, premiership decise, e programmi rispecchianti la realtà. Da oggi prendono ufficialmente avvio due sedi vacanti, quella pontificia del Vaticano, certo, ma soprattutto quella politica italiana.

 

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