Il risultato elettorale ci consegna un Paese diviso e un Parlamento senza una maggioranza.

Fiumi di inchiostro e rituali dichiarazioni cercheranno di individuare le responsabilità: la legge elettorale, il populismo, il voto di protesta, l’incapacità della sinistra italiana di saper cogliere le occasioni storiche per diventare davvero maggioranza nel Paese, etc. Iniziano le strategie per evitare di condurre l’Italia ad un lungo periodo di instabilità soprattutto in coincidenza del cosiddetto “ingorgo istituzionale”: dopo l’insediamento del nuovo Parlamento si dovrà procedere innanzitutto all’elezione dei Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

Quindi la parola passa al Presidente della Repubblica, che, dopo aver avviato le consultazioni, dovrà affidare l’incarico di formare il nuovo Governo nel difficile tentativo di trovare una maggioranza in Senato. Tutto questo avviene proprio alla scadenza del mandato del Presidente; già a metà aprile dovrà essere convocato il Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.


L’attuale Presidente – va ricordato – trovandosi nel cosiddetto “semestre bianco”non può sciogliere le Camere, o anche solo il Senato, come prevede l’art. 88 della Costituzione che esclude il potere di scioglimento delle Camere negli ultimi sei mesi di mandato del Presidente.

A questo punto la politica dovrà dimostrare di essere all’altezza del compito e trovare le necessarie “mediazioni”, proprie della politica, per governare il Paese. Ma la capacità della politica deve manifestarsi nel saper leggere i risultati elettorali. Troppo semplice concludere affermando la vittoria dell’antipolitica, della protesta contro il sistema che non produce alcunché di positivo.

Se oltre un quarto degli elettori hanno votato “contro” la politica tradizionale c’è ben altro e molto più profondo.

Demonizzare gli oltre cento deputati e gli oltre cinquanta senatori eletti nelle liste del Movimento 5 stelle, rifiutando a priori ogni ipotesi di dialogo, non ha senso. I primi mesi di esperienza dell’Assemblea Regionale Siciliana dimostrano esattamente il contrario.  Si tratta di un rinnovamento profondo, senza precedenti nella storia repubblicana, di cui vanno colti tutti i possibili aspetti positivi. 

Dall’altra parte è giunto il momento di passare dalla protesta alla proposta; un rifiuto del dialogo – bollato da subito come “inciucio” dal leader del Movimento – non risulta comprensibile ed accettabile, se non altro per responsabilità nei confronti di milioni di cittadini, che, con il loro voto, hanno dato il mandato di rappresentare le loro istanze in Parlamento, per indirizzare le scelte di Governo, non per continuare a fruire del benefico effetto in termini di consenso elettorale del “tanto peggio, tanto meglio”.

E’ una grande prova di responsabilità.

E’ da verificare se può nascere davvero una nuova fase nella vita della Repubblica, con forze nuove, con la nuova generazione che si assume la responsabilità di scegliere e di decidere, senza cadere vittima di quel leaderismo che, seppure sotto forme diverse, ha determinato enormi guasti nel nostro Paese. Quel virus che ha colpito anche i “tecnici” dopo l’esperienza del Governo e i tanti vecchi politici che hanno creduto di correre sul carro del nuovo leader tecnico, salito in politica, rimasto però – al di là delle dichiarazioni di circostanza – ampiamente deluso dal risultato.

Un tema che paradossalmente torna di estrema attualità è la cosiddetta questione settentrionale.

La crisi della Lega Nord ed il conseguente travaso di voti verso il Movimento 5 stelle apre nuovi scenari. Il risultato della Lombardia non potrà del tutto modificare il dato delle politiche, ma fornire indicazioni soltanto sulla bontà della strategia seguita. Da verificare se si tratta di una crisi temporanea, come altre che si sono registrate negli anni scorsi all’interno della Lega, dovuta agli scandali ed alle divisioni interne, oppure se si tratta di un effetto più profondo. Dopo il voto di protesta, dopo l’euforia del cambiamento, si tornerà presto alla crisi economica ed occupazionale, all’esigenza di trovare risposte efficaci per il rilancio dell’economia, ai gravi effetti di interventi legislativi avviati dal governo tecnico ed incompiuti, alle difficoltà, se non all’impossibilità, per gli enti locali di chiudere i bilanci, di erogare i servizi, di pagare i fornitori senza interventi correttivi sul patto di stabilità.

Se davvero siamo avviati verso una nuova fase, si potrà verificare nelle prossime settimane, nel modo con il quale saranno gestiti i delicatissimi adempimenti di inizio legislatura, di formazione del Governo e di elezione del capo dello Stato.

In assenza di iniziative davvero nuove, ci avvieremo verso un acuirsi della crisi per affrontare al quale – in nome dello spread – non si potrà più, tanto facilmente, ricorrere ai professori o ai tecnici saliti in politica.

 


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