Le urne ci consegnano un’Italia certamente diversa da quella che avevamo immaginato. Nessuna catastrofe, però. Anzi, forse è l’occasione giusta per dare finalmente avvio alla cosiddetta terza Repubblica ed uscire da una fase a lungo spacciata per transitoria che, invece, era diventata soltanto stantia ed aveva giustificato il mancato avvio della grande stagione di riforme di cui il Paese ha bisogno.

Incassata la batosta o smaltita la felicità per la vittoria, a seconda delle posizioni, è tempo di analizzare il voto, per trarne qualche utile insegnamento – e questo è esercizio in cui si cimentano in troppi – ma soprattutto di pensare agli scenari possibili nella situazione data e nell’interesse degli Italiani.

Il risultato elettorale ci dice che la vittoria è tutta di Grillo e che a determinarla è stato l’urlo “tutti a casa”. Se la questione fino a ieri poteva essere liquidata con un richiamo al qualunquismo, alla demagogia, al populismo, oggi, alla luce degli impressionanti numeri usciti dalle urne, si impone una valutazione diversa e più seria.


Tutti a casa significa che i cittadini non si riconoscono più nelle classi dirigenti che da anni la fanno da padroni e che non hanno saputo o voluto autoriformarsi; che non sono più disposti a dare deleghe in bianco perché col passare del tempo sono diventati più deboli e più poveri e quindi non si fidano e potremmo tirar giù un elenco infinito.

Se, quindi, la vittoria di eri è tutta di Grillo, altrettanto deve dirsi per le responsabilità di oggi. Ci sono, di fatto, soltanto due scenari possibili. Il primo: un patto di governo tra PD e PDL. Sarebbe visto come il tentativo estremo dell’apparato di salvare se stesso, di perpetuarsi. Ne verrebbe fuori un periodo di grande instabilità che produrrebbe soltanto una nuova legge elettorale studiata per impedire nuovi “grillismi”. Pessima scelta. Dimostrerebbe che il PD non ha imparato nulla da questa esperienza e regalerebbe ai cinque stelle risultati ancora più rotondi.

Il secondo: un patto di governo tra il PD e Grillo. Per Bersani è un percorso obbligato ed anche un’opportunità storica per fare della debolezza di partenza l’occasione per avviare una grande riforma delle nostre istituzioni. Ne ha il coraggio, l’autorevolezza e le capacità. Gli mancano, però, i voti al Senato.

Una legge sul conflitto d’interessi; una grande riforma della politica con tagli radicali agli sprechi, eliminazione degli odiosi privilegi ed introduzione di principi normali ovunque ma per noi rivoluzionari: sei condannato, non puoi rappresentare la Nazione, ma nemmeno la Regione o il Comune. Semplicemente, fai altro; una rivoluzione nel sistema della giustizia, al quale la gente comune paga un prezzo salatissimo: è possibile far durare un processo civile un anno? Si. Succede in molti posti nel mondo e persino da qualche parte in Italia; meccanismi che garantiscano, senza paralizzare lo Stato, una partecipazione più attiva degli Italiani ai processi decisionali; un cambio di passo nel rapporto con l’Europa, non con i popoli, ma con le Istituzioni. Più Europa, più giustizia sociale, più equità, più lavoro, più cultura, più opportunità; il riconoscimento pieno della libertà di ciascuno di esistere come gli pare, senza fare del male agli altri. E quindi il diritto di amare e di sposare chi si vuole; la certezza di potere vivere dignitosamente l’ultima fase della vita e, quindi, di essere curati e di non morire in povertà; ed infine, ovviamente, una nuova legge elettorale, capace di dare al Paese democrazia e stabilità.

Questa è la proposta da fare subito ai giovani del M5S, per sfidarli sul terreno del governo. Non si tirerebbero indietro perché se lo facessero perderebbero l’occasione storica di rivoluzionare davvero l’Italia tradendo i tanti milioni di elettori che da ieri coltivano una nuova speranza.

 


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