Il decreto del ministero del Lavoro, che dallo scorso 13 febbraio (data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) specifica le disposizioni applicative degli istituti del congedo di paternità obbligatorio e non frazionabile e dei voucher inps per vestire parte delle spese per baby sitting, rimane interdetto ai dipendenti pubblici.

La prima disposizione sperimentale consta nell’obbligo per il padre lavoratore dipendente di esentarsi dal lavoro, entro cinque mesi dalla nascita del figlio, per un arco temporale di un giorno, permettendo altresì entro lo stesso periodo l’astensione (facoltativa) per altri due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione rispetto all’intervallo di astensione obbligatoria di diritto a quest’ultima.

La chance prevista dalla legge Fornero sui congedi parentali “paterni”, tutti rigorosamente pagati al 100% della retribuzione, sembra destinata a restare una prerogativa del settore privato. Questo almeno fino a quando il ministero della funzione pubblica non armonizzerà i princìpi della riforma del lavoro, legge n. 92/2012, ed in particolare i commi 24, 25 e 26 dell’articolo 4 prevedenti appunto le due misure pro-genitorialità con carattere sperimentale per il biennio 2013-2015, alla pubblica amministrazione.


A precisare la questione è intervenuto lo stesso dipartimento guidato da Filippo Patroni Griffi, in replica al Comune di Reggio Emilia. Palazzo Vidoni, nella nota n. 8629 di ieri, ha risposto alla richiesta di chiarimenti da parte del Comune inviata qualche giorno dopo l’assunzione del decreto interministeriale Lavoro-Mef. Il ministero della funzione pubblica confuta in maniera troncante: le norme sul congedo di paternità (obbligatorio e facoltativo) non sono «direttamente applicabili» al pubblico impiego, «atteso che tale applicazione è subordinata all’approvazione di apposita normativa su iniziativa del ministro per la pubblica amministrazione e semplificazione».

Si attende pertanto che lo stesso Patroni Griffi, o molto più probabilmente il suo successore, metta mano, sentite le organizzazioni sindacali, sulla esplicitazione degli «ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche», fino ad allora niente di nuovo sul fronte degli statali. Nei loro confronti, infatti, proseguirà l’applicazione delle norme sui congedi previste dal Testo unico sul pubblico impiego (dlgs n. 151/2001) e dai Contratti collettivi del comparto.

La questione dei congedi di paternità entra, dunque, a pieno titolo tra le tematiche oggetto di trattativa sindacale per i prossimi mesi. La “scottante” materia si accosta al delicato dossier inerente il disciplinamento dei contratti a termine nella p.a. sul quale il ministro ha predisposto e inviato un atto di indirizzo all’Aran per instradare un possibile confronto.
Gli interventi che hanno coinvolto i congedi parentali risultano misure di imprescindibile importanza, entrambe orientati a promuovere una vera e propria cultura di condivisione dei compiti di cura filiali all’interno della coppia, utile a facilitare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.


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