Lo scalpore suscitato dalle dimissioni di Benedetto XVI dal proprio incarico pontificale ha inevitabilmente aperto un acceso dibattito, parimenti incentrato sia sulle reali cause di una tale inconsueta scelta, sia sulla fondatezza morale della stessa. Premettendo che, sull’argomento delle vere motivazioni della scelta del Pontefice, ci risulta praticamente impossibile pronunciarci ( né la proverbiale omertà della Chiesa darà mai ad alcuno la possibilità di farlo! ), cercheremo invece di analizzare l’accaduto dal punto di vista prettamente morale.

Ci chiediamo se sia eticamente lecito, a tale proposito, che il Pastore ufficiale della Cristianità mondiale abbandoni la guida del proprio gregge, in cui egli è stato chiamato ad incarnare la figura dell’apostolo Pietro, e quindi del vicario di Cristo. E ci chiediamo, parimenti, se sia eticamente corretto rinunciare ad un così delicato incarico, una volta che esso sia stato accettato con giuramento solenne davanti a Dio e davanti agli uomini. La risposta, apparentemente piuttosto complessa, si rivela in realtà molto semplice. In effetti, il giusto e l’ingiusto vengono da sempre stabiliti dalla stessa Chiesa e dalla sua tradizione, la quale non fa che sviluppare coerentemente l’insegnamento del suo fondatore: il Cristo. Di conseguenza, ogni documento ecclesiastico, sempre radicato sull’insegnamento di cotanto iniziatore, non potrà giammai essere tacciato di ingiustizia o di immoralità.

Lo stesso Codice di Diritto Canonico risponde a tali dettami, ed ogni sua norma è da considerarsi eticamente positiva. Di conseguenza, qualsivoglia atto pontificale si presenterà moralmente lecito ogni qual volta si dimostri compiuto alla luce della normativa canonica. Ebbene: niente da eccepire, a questo punto, sulle dimissioni di Papa Ratzinger, considerato il fatto che esse trovano il loro conforto proprio nello stesso Codice di Diritto Canonico, e precisamente nel canone 332 comma 2. Esso recita testualmente: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata; non si richiede invece che qualcuno la accetti”. Il suddetto canone è evidentemente fondato sulla “dottrina dei carismi”, sommamente cara già a San Paolo. Secondo essa, ogni membro della Chiesa riceve un proprio incarico dallo Spirito Santo, e risulta ovviamente vincolato a portare avanti con la massima diligenza il compito affidatogli. La qual cosa, ovviamente, ha un imprescindibile valore sia per qualunque cristiano laico, sia per qualunque componente del clero ordinato, sia per lo stesso Pontefice. Ma la suddetta “ teoria dei carismi “ non si mostra affatto chiusa alla possibilità che lo stesso Spirito Santo possa improvvisamente mutare, per ogni cristiano, l’incarico precedentemente affidatogli. Tale Spirito, infatti, si rivela assolutamente libero nel proprio agire, poichè lo stesso Dio ( di cui egli è parte trinitaria ) è libero. D’altronde, anche Gesù Cristo in persona ci viene a confermare, nei Vangeli, che “lo Spirito soffia dove vuole”.

Perchè mai, allora, non riconoscere la liceità morale delle dimissioni di Papa Benedetto XVI, se lo Spirito che lo guida ha evidentemente ritenuto di fargli mutare il suo incarico ed il suo carisma nell’ambito della Chiesa universale?


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