Gli ultimi vertici europei ci hanno abituati a negoziati estenuanti con intese raggiunte quasi sempre in extremis, sulla spinta dell’andamento altalenante dei mercati finanziari e di convulsi scenari internazionali. Non è stato da meno l’ultimo meeting del 7-8 febbraio a Bruxelles, dove il Consiglio dei Ministri dei Paesi membri e la Commissione Ue, al termine di una maratona estenuante lunga 25 ore, hanno raggiunto un’intesa sul bilancio europeo dei prossimi sette anniper il periodo compreso tra il 2014 ed il 2020. Gli impegni presi parlano di un budget dell’Unione europea che, nel prossimo settennato, sarà pari a 960 miliardi di euro mentre, in termini di pagamenti effettivi, l’accordo prevede una cifra pari a 908,4 miliardi di euro: oltre 50 miliardi in meno rispetto agli impegni, con una “forbice” molto ampia.

Per la prima volta dai tempi della sua nascita col Trattato di Maastricht nel 1992, inoltre, e si tratta del fatto più significativo, il bilancio dell’Unione europea viene tagliato. Si tratta di 12 miliardi in meno rispetto alla bozza di compromesso stilata lo scorso 23 novembre 2012, che poi non ebbe seguito, e di ben 34 miliardi in meno rispetto al bilancio pluriennale per il periodo corrente 2007-2013 (per cui erano stati previsti 994 miliardi di impegni e 943 miliardi di pagamenti). Il fatto è tanto più grave se si considera che i 17 Paesi dell’Eurozona sono in recessione da ormai tre trimestri consecutivi e che solo allargando la platea all’Ue a 27 si registra una crescita del Pil di poco superiore allo 0. Proprio per questo, secondo il parere di molti economisti, sarebbe stato consigliabile accompagnare una pur necessaria Spending Review europea, nell’ambito di una giusta razionalizzazione delle spese improduttive, con una politica di maggiori investimenti, soprattutto nelle infrastrutture e nella ricerca.

Così non è stato, ma l’intera questione è ancora più che mai aperta in quanto il Parlamento europeo, cui spetta l’esame ed il varo definitivo dell’accordo sul bilancio raggiunto dal Consiglio dei Ministri europei e dalla Commissione, si è espresso quasi all’unanimità contro la riduzione del budget comunitario e ha posto il veto sul compromesso. Ci troviamo dunque di fronte al caso dell’Europarlamento di Strasburgo che ha assunto posizioni molto più “europeiste”, anche nei numeri, rispetto alla Commissione, e dove l’esito della trattativa può portare a modifiche anche radicali di quanto stabilito all’ultimo vertice-fiume di Bruxelles.


In attesa di ulteriori sviluppi, l’accordo vede gli stanziamenti del bilancio Ue per i prossimi 7 anni suddivisi in 5 paragrafi, relativi a 5 distinte voci di spesa per investimenti. Andiamoli ad analizzare nel dettaglio.

Paragrafo 1 – Ricerca, competitività, fondi di coesione ed infrastrutture

Sottoparagrafo 1a – Crescita e ricerca

Il totale di questo capitolo passa da 139,5 miliardi di euro a 125,6 miliardi e si tratta dei tagli forse più dolorosi: 14 miliardi in meno. In particolare, disinvestire nell’istruzione rappresenta una grave forma di miopia per lo sviluppo futuro del Vecchio Continente. Come sottolineato dal prof. Stefano Zamagni in un’intervista rilasciata a Radio Vaticana, “perderemo ulteriormente terreno rispetto alle altre aree forti che sono il Nordamerica da un lato e l’Asia dall’altro. Cioè, ancora una volta prevale una concezione riduzionista della cultura e della ricerca scientifica, che le vede come ‘spese per consumi’. Quindi, siamo in crisi, ristrettezze di bilancio, tagliamo i consumi: ma questa è un’idiozia, letteralmente parlando! Perché? Perché la spesa per la scuola e la ricerca è una spesa di investimento! Questo significa mettere a repentaglio la situazione dei prossimi anni”. Non basta a fare da contraltare la previsione di un aumento dei fondi per il programma di ricerca comunitario Horizon, da una parte, e per il programma Erasmus, volto ad agevolare la mobilità e l’integrazione degli studenti universitari europei, dall’altra.

Sottoparagrafo 1b – Programmi di coesione

Qui i finanziamenti vengono aumentati di 5 miliardi, dai 320 del periodo 2007-2013 ai 325 del 2014-2020. In particolare, rientrano in questa area di spesa due nuove iniziative: 1) un programma specifico per il valore di 6 miliardi di euro (di cui 3 provenienti dal Fondo sociale europeo) a favore dei Paesi con la più alta disoccupazione giovanile, tra cui l’Italia, che dovrebbe ricevere circa 420 milioni di euro; 2) un pacchetto di stanziamenti aggiuntivi per quegli Stati che sono stati più colpiti dalla crisi economica e finanziaria, tra cui ancora il nostro Paese, che riceverà a parziale “risarcimento” 1,5 miliardi (500 milioni in più rispetto alla bozza di accordo del 23 novembre 2012). Le altre nazioni beneficiarie saranno Spagna (1,824 miliardi), Grecia (1,375), Portogallo (1) ed Irlanda (100 milioni di euro).

Paragrafo 2 – Crescita sostenibile/Risorse naturali

Su questo capitolo di spesa, relativo ai fondi della Politica agricola comune (Pac) ed ai programmi di sviluppo rurale, l’intesa raggiunta prevede un aumento di 1 miliardo di euro rispetto al testo del 23 novembre (da 372 a 373 miliardi di euro). Anche in questo caso un pacchetto di aiuti aggiuntivi compenserà almeno in parte i Paesi più penalizzati dai tagli al settore, con l’Italia in testa, che si vede attribuire 1,5 miliardi di euro (500 milioni in più rispetto alla bozza del 23 novembre). A seguire Francia (con 1 miliardo), Austria (700 milioni), Finlandia (600), Spagna e Portogallo (500 milioni a testa), Slovenia (150) ed Irlanda (100).

Paragrafo 3 – Sicurezza e cittadinanza

Qui la riduzione è pari ad 1 miliardo di euro, da 16,6 a 15,6, ed investirà le aree delle politiche di asilo ed immigrazione, della gestione delle frontiere di confine con i Paesi extraeuropei, della cooperazione tra Paesi comunitari di polizia e giustizia, della salute pubblica e della tutela dei consumatori.

Paragrafo 4 – “Global Europe”

È il paragrafo dedicato alla politica estera comune (uno degli aspetti, assieme alla politica economica e di bilancio, su cui finora l’Unione europea si è mostrata più debole ed incline a muoversi in ordine sparso). Qui la sforbiciata colpirà per quasi 2 miliardi rispetto alla bozza del 23 novembre (da 60,6 a 58,7 miliardi).

Paragrafo 5 – Amministrazione Ue

Su questo punto l’accordo prevede una riduzione di 1 miliardo di euro tondo rispetto alla bozza del 23 novembre: da 62,6 a 61,6 miliardi. Rispetto al budget Ue dell’arco 2007-2013, la riduzione delle spese amministrative e burocratiche dell’Unione sarà pari a 2,5 miliardi.

I risultati raggiunti dall’Italia

Il Presidente del Consiglio italiano Mario Monti, che ancora una volta ha giocato un importante ruolo di mediazione tra gli altri due principali leader europei, Angela Merkel e François Hollande, per quanto riguarda il nostro Paese è riuscito a strappare un tesoretto di 3,5 miliardi di investimenti europei aggiuntivi rispetto alla proposta iniziale fatta dal Presidente della Ue Herman Van Rompuy ad inizio dicembre 2012. Il saldo tra contributi versati e contributi ricevuti dall’Italia in rapporto all’Unione europea rimane pur sempre negativo, ma meno che nel periodo corrente 2007-2013, in cui si è attestato a -4,5 miliardi di euro. Per il 2014-2020 il saldo sarà, infatti, pari a “soli” -3,8 miliardi, con un risparmio per il nostro Paese di 700 milioni di euro. Secondo le stime citate da Monti, tale saldo negativo “corrisponde allo 0,23% del reddito nazionale lordo” italiano, in calo rispetto allo 0,28% del reddito nazionale lordo nel periodo 2007-2013. Il risultato raggiunto dall’Italia rappresenta, sempre nelle parole del Premier uscente, “il significativo e concreto inizio di una inversione di tendenza. Siamo uno dei due Paesi (con il Belgio) tra i contribuenti netti per i quali, tra i due periodi, il saldo medio annuo in percentuale del reddito nazionale lordo diminuisce. E quindi credo che ci sia spazio per ulteriori battaglie”.

Una riflessione finale che può essere tratta dall’ultimo vertice europeo sul bilancio è quella che vede l’Unione europea come un immenso condominio, dove gli interessi particolari al momento risultano ancora largamente prevalenti rispetto agli interessi generali.

Il potere di veto sul bilancio comune attribuito a ciascuno dei 27 Paesi membri dell’Unione europea, sommato al requisito indispensabile dell’unanimità per l’approvazione del bilancio stesso, ha fatto sì – da un lato – che tutti gli Stati sono stati parzialmente soddisfatti. Ma – d’altro lato –ancora una volta gli egoismi nazionali e il difficilissimo gioco di equilibri tra di essi hanno impedito alla Ue di fare un salto di qualità verso quel “Super-Stato federale europeo” che le prospettive dell’economia globalizzata, nella quale le partite si giocano sempre meno tra singoli Paesi e sempre più tra “continenti”, richiedono.

L’Unione europea, con 27 Paesi membri (17 dei quali utilizzano l’euro come moneta comune) dispone di una forza potenzialmente enorme (oltre mezzo miliardo di abitanti – e quasi tutti consumatori “consapevoli” –, una grande ricchezza accumulata nei secoli, un’alta vocazione tecnologica e scientifica e, probabilmente, il più elevato livello di cultura al mondo) cui, però, fa da contraltare un’architettura politica debole in cui prevalgono i meccanismi a tutela dei singoli interessi nazionali, con decisioni che per diventare operative possono essere prese solo all’unanimità o con soglie elevatissime dell’80%. È sufficiente che uno solo dei membri minacci di usare il veto (l’ultimo caso è quello della Gran Bretagna, dove l’euroscetticismo è tradizionalmente molto forte e dove il Premier David Cameron ha annunciato proprio nelle settimane scorse l’indizione di un referendum pro o contro la permanenza del Regno Unito nella Ue entro il 2017) perché tutto si fermi.

Sempre che il Parlamento europeo non riesca – com’è nelle sue intenzioni – ad aumentare il budget di spesa, nei prossimi 7 anni, dal 2014 al 2020, verranno comunque stanziati 960 miliardi di euro per le spese e gli investimenti comunitari. La cifra, presa a sé stante, sembra imponente, ed effettivamente in certa misura lo è. Ma equivale ad appena l’1% dei 27 Paesi dell’Unione europea. Se solo si pensa che il bilancio federale degli Stati Uniti d’America rappresenta il 22% del Pil nazionale, si comprende come l’Ue stanzi ancora pochissimo del proprio potenziale economico per politiche d’investimento comuni, e qui sta il problema da risolvere per affrontare le grandi sfide economiche del XXI secolo.

 

 Il testo del documento con l’intesa raggiunta al Consiglio europeo

 


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