Quella del contributo unificato è una novità tra le meno sbandierate nella legge di stabilità 2013-2015, ma costituisce un punto di novità nevralgico per i costi – e i tempi – del sistema giustizia.

Sono due i fronti sui quali la norma ha effetto da inizio 2013: il processo amministrativo e il contenzioso civile, nella formula di un “obolo” finalizzato allo smaltimento dei carichi pendenti nelle aule di giustizia.

Sul campo della sequela amministrativa, il nuovo contributo innalza del 50% le quote previste fino al primo gennaio mentre, sulla giustizia civile, l’intervento si applica a partire dal 31 gennaio nei termini di un raddoppio delle somme in caso di respinta del ricorso o della sua dichiarazione di inammissibilità.


Dunque, le impugnazioni, anche se incidentali, che vengano rispedite al mittente, richiederanno un esborso doppio: nella pratica, si obbliga la parte ricorrente a spendere una cifra identica a quella versata per avviare l’impugnazione.

Questo, in linea generica. Ma ci sono anche ambiti specifici su cui la nuova norma del contributo unificato finisce per incidere con  più o meno rilevante. Ad esempio, quello sui ricorsi con rito abbreviato, dove il versamento passa da 1500 a 1800 euro; da includere, nel computo dei casi previsti, anche i ricorsi contro lo scioglimento degli enti locali oppure relativi all’espropriazione di aree indicate per la costruzione di opere pubbliche.

E veniamo all’altro fronte caldo degli appalti. Dal primo gennaio, tutti i ricorsi inerenti attribuzioni di incarichi, servizi o forniture saranno oggetto di un incremento mirato a seconda della valutazione economica delle controversie. Nella fattispecie, per le diatribe inferiori a 200mila euro, verrà richiesto un versamento di 2mila, per quelle entro 1 milione a 4mila e per quelle superiori fino a 6mila euro (incluse quelle sprovviste di stima).

Sono in vigore dal primo gennaio, poi, i rincari per tutte quelle impugnazioni di stampo amministrativo che non necessitino di uno specifico contributo, ivi inclusi i ricorsi presentati direttamente alla Presidenza della Repubblica. Quello che, appena 5 anni fa, veniva stimato in un versamento di 500 euro, è diventato oggi di 650.

Eccoci, ora, al capitolo giudizi: nel processo amministrativo l’impugnazione è pagata con una somma superiore della metà rispetto a quella elargita per il primo grado, affiancandosi, così, a quanto previsto per il corso civile della giustizia, dove, appunto, gli appelli “costano” la metà in più, mentre la Cassazione addirittura il doppio.

Nello specifico, dunque, restano invariati, nell’ambito amministrativo, esclusivamente i ricorsi in materia di diritto di accesso e silenzio della pubblica amministrazione, quello parallelo sull’informazione ambientale e, da ultimo, i soli ricorsi per i quali il giudice tralasci di indicare il proprio recapito Pec o, in alternativa, in cui la parte coinvolta non inserisca il proprio codice fiscale di riconoscimento (già uniformati alla vigente normativa del +50%).

L’obbligo di accollarsi il surplus di contributo, è bene ricordarlo, resta a carico della parte in causa la quale sarà invitata a completare le pratiche in maniera esatta per evitare ulteriori sanzioni pecuniarie.

Per eventuali ricorsi contro le Autorità, invece, il valore delle sanzioni è da calcolare sulla base del valore degli atti di giudizio, laddove il contributo richiesto è armonizzato proprio sulla cifra riconosciuta alla vertenza.

Tornando al civile, insomma, la vera zavorra della giustizia, presa di mira già con la costituzione del famoso filtro in appello, gli avvocati sono chiamati a fungere anche da contabili, dal momento che dovranno soppesare le possibilità del cliente di sostenere o meno i costi sull’eventuale rigetto del ricorso sia in secondo grado che in Cassazione.

Qui la tabella con tutti i nuovi importi del contributo unificato


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