La vicenda sul caso Aldrovandi, il giovane diciottenne morto il 25 settembre del 2005 a Ferrara, sembra quasi conclusa.

Il giovane, di ritorno da una serata trascorsa con un gruppo di amici nel capoluogo emiliano, viene fermato da una pattuglia della polizia.

Dopo uno scontro con gli agenti, il ragazzo, in evidente stato di agitazione provocato dall’uso di sostanze stupefacenti , viene ammanettato e costretto a rimanere sdraiato sull’asfalto sotto il peso di uno dei poliziotti. Ad un certo punto, la resistenza del giovane si placa. Il corpo sembra essere senza vita. All’arrivo dell’ambulanza per Federico non c’è più nulla da fare.


La morte non sembra essere stata provocata da un’overdose, in quanto il corpo del ragazzo presentava innumerevoli lividi e segni di evidenti percosse, una forte escoriazione alla natica sinistra e un grave schiacciamento dei testicoli. Durante la colluttazione sono stati spezzati due manganelli, poi sequestrati per le indagini, e un testimone oculare affermò di aver avvertito le urla del giovane che invocava pietà.

Nel marzo del 2006 si apre un’inchiesta. La perizia che viene disposta esclude definitivamente il nesso tra la morte di Aldrovandi e l’uso di droghe. La morte sarebbe avvenuta in seguito ad un’insufficienza cardio-respiratoria, di conseguenza con una responsabilità diretta dei soggetti che quella notte erano con il giovane.

Il 6 luglio 2009 i quattro poliziotti indagati, Enzo Pontani, Monica Segatto, Paolo Forlani e Luca Pollastri, vengono condannati in primo grado a tre anni e sei mesi per “eccesso colposo nell’omicidio colposo”.

Il 10 giugno 2011 la Corte d’Appello di Bologna conferma la pena per i quattro poliziotti e il processo si chiude con la decisione della Corte di Cassazione nel giugno del 2012 che rende definitiva la condanna.

Grazie all’indulto, i poliziotti sconteranno solo 6 mesi. Tale decisione è stata riconfermata dal Tribunale di sorveglianza di Bologna il 29 gennaio 2013 per Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. Per Enzo Pontani, il quarto agente, l’udienza è stata rimandata al 26 febbraio per un difetto di notifica.

Per i genitori è “un chiaro segnale di civiltà” che dona speranza anche a chi porta avanti da anni la stessa lotta. E cioè per i familiari di Stefano Cucchi, di Michele Ferrulli, di Giuseppe Uva. Vittime anche loro di un uso distorto del potere.

A questo punto, pare che giustizia sia fatta e che la legge sia veramente uguale per tutti.

Ciò nonostante, scontata la pena gli agenti potranno ritornare in servizio. Il Viminale si rifiuta di licenziarli.

Non è stata accolta quindi la richiesta della mamma di Federico, Patrizia Moretti, che chiedeva la radiazione dei condannati. Solo Forlani, infatti, rischia il licenziamento per le ingiurie che rivolse su Facebook alla madre del ragazzo.

È lecito domandarsi se tale decisione sia realmente giusta o se si debba parlare meglio di una “mezza giustizia”. Sembra impossibile immaginarsi degli agenti, che dopo aver scontato una pena per omicidio, possano indossare di nuovo la divisa e svolgere la loro funzione, ossia garantire l’ordine pubblico.

Sei mesi di sospensione è la massima pena per un reato colposo ed è questa che è stata decisa”. E se la sospensione scatterà contestualmente alla loro entrata in carcere, non ci sarà nessuna assenza ingiustificata.

È un caso questo che, come tanti altri, lascia molti perplessi sulla correttezza delle norme del nostro ordinamento. E sulla possibilità di fare giustizia negli episodi più terribili della nostra storia.


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