La nuova via per il lavoro diventa sempre più personale. Specializzarsi serve, ma non basta: è per questo che il nuovo curriculum vitae apre le porte alle esperienze extralavorative.

Dunque, da una parte, la possibilità per un candidato di mettere sul piatto tutte le proprie competenze anche al di fuori del mero ambito professionale e, dall’altra, quella per l’azienda di intravedere fin da subito le qualità umane del potenziale assunto.

Lo schema di decreto legislativo emanato dal governo lo scorso 11 gennaio e appoggiato dalle Regioni, sta per approdare in Gazzetta Ufficiale, dove renderà operative le nuove norme che spingono fortemente sul tasto della formazione intesa in senso completo.


Il provvedimento si colloca nel solco tracciato dalla riforma Fornero, che aveva introdotto una valutazione complessiva delle capacità spendibili dal soggetto nei luoghi di lavoro dove, sempre più di frequente, tra i famosi “requisiti minimi” non figurano esclusivamente i titoli di studio e i ruoli professionali svolti, ma anche flessibilità, capacità d’integrazione, elasticità, intraprendenza. Insomma, il quid che non si impara sui banchi universitari, ma alla prova dei fatti.

A cosa si fa riferimento, nello specifico, con l’inserimento in curriculum vitae delle esperienze extralavorative? In primis, naturalmente, rientrano nella schiera delle nuove abilità tutte quelle occupazioni collaterali alla sfera lavorativa principale, e quindi, su tutti, servizio civile e volontariato.

Attraverso questo nuovo sistema di presentazione, oltretutto, dovrebbe agevolarsi il confronto tra percorsi di studio diversificati, di modo che sia valutabile seduta stante la conformità o meno agli standard minimi definiti, che identificheranno il possesso o meno di una tale competenza.

Dunque, corsi, master e attestati sono sempre utili, ma non bastano più: oggi, le uniche skill richieste non si esauriscono nel settore di applicazione, ma investono anche la sfera personale del soggetto, i suoi interessi, le attività di tempo libero, i suoi hobby e i risultati eventualmente conseguiti attraverso di essi.

Il ruolo chiave svolto dalle Regioni è uno step necessario per definire i soggetti deputati a certificare le competenze: soltanto quelli in possesso di idonea autorizzazione regionale, infatti, potranno stabilire la validità delle competenze citate nel Curriculum vitae rifacendosi alle definizioni valide universalmente. Facile che a prendersi in carico questa facoltà siano università, scuole, Camere di commercio, Centri per l’impiego e altri istituti formativi.

A questo proposito, verrà stilato un “Repertorio nazionale dei titoli di istruzione e formazione e delle qualifiche professionali“, che servirà da quadro di raffronto per stabilire secondo canoni ufficiali la crescita non solo professionale, ma anche umana e culturale del soggetto.

Serviranno non meno di 18 mesi perché tutto il sistema possa partire completamente: tanto, infatti, sarà necessario a determinare i parametri validi per tutte le parti coinvolte sia nel riconoscimento che nell’applicazione delle abilità personali del soggetto, finalmente soppesate a 360°.

Vai allo schema di decreto completo sulle nuove competenze pofessionali


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