Come se non bastasse l’odissea degli esodati, si abbatte sulla previdenza italiana lo tsunami dei contributi “silenti”. Si tratta dell’ennesimo impasse successivo alla riforma Fornero, che questa volta rischia di coinvolgere non migliaia, ma milioni di professionisti, subordinati e precari.

Ma di cosa si tratta nello specifico? Andiamo con ordine. Prima di cominciare, è bene ricordare come la riforma delle pensioni varata dal governo Monti, che porta la firma del ministro Elsa Fornero, ha innalzato il minimo contributivo di cinque anni un colpo solo.

Come limite minimo di contributi versati, la legge Fornero individua come arco temporale quello dei 20 anni di contributi con 60 anni di età (che passeranno progressivamente a 65). Molti lavoratori, però, ancora oggi occupati, avevano versato le loro quote in base al regime varato nel 1993, che concedeva a chi avesse aperto il proprio castelletto di conservare il requisito dei tre lustri.


Ora, però,con la riforma Fornero questo minimo è venuto meno, producendo come risultato quello di obbligare migliaia di lavoratori a prolungare i propri periodi di versamento e, parallelamente, a rischiare concretamente di vedere svaniti i propri contributi. Sotto l’occhio del ciclone, stavolta, sono coloro i quali, per diversi anni e comunque meno di cinque, avessero affidato le proprie situazioni previdenziali alla gestione separata Inps.

Così, similmente a quanto avvenuto con gli esodati, un numero enorme e imprecisato di lavoratori rischia di impantanarsi nel guado delle normative che cambiano in maniera troppo repentina rispetto a quanto già accantonato dai lavoratori.

Chi sono i potenziali indiziati? A fregiarsi del poco invidiabile titolo di contribuenti “silenti” sono principalmente i professionisti ritenuti senz’albo o dall’attività discontinua, le donne che abbiano interrotto l’attività lavorativa per ragioni famigliari o di maternità, i dottori di ricerca, i medici in formazione, co.co.pro., venditori porta a porta, amministratori (e costoro soltanto riguardo il fronte dei parasubordinati).

Insomma, un altro esercito di migliaia e migliaia di persone a cui il welfare sembra avere voltato le spalle. Ancora la situazione resta tutta da chiarire, ma certamente l’aria che tira per i coinvolti non è delle migliori.

Tutt’altro che tranquillizzanti, infatti, le dichiarazioni del direttore generale dell’Inps Mauro Nori, che non nega come la platea possa raccogliere diversi “milioni” – forse 7 o 8 i trattamenti non erogabili – di lavoratori: una moltitudine di quasi venti volte il numero totale degli esodati, tanto per rendere l’idea.

E la previdenza cosa ha intenzione di fare per andare incontro a queste nuove vittime della stretta pensionistica? Assolutamente nulla, a quanto emerge dai primi riscontri. Anche perché, se l’Inps dovesse elargire i 10 miliardi di euro stimati per tappare la falla, molto semplicemente “rischierebbe il default”.

 

 


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3 COMMENTI

  1. Compio 60 anni a dicembre 2013 sono nato nel 1953
    Ho più di 15 anni di contributi al 31 dicembre 1992. in due gestioni diverse Inps/Inpdap
    Precisamente 13 anni all’inps ed il resto nell’Inpdap
    Ho iniziato a lavorare, quando avevo 16 anni e cioè nel 1969
    Attualmente ho 40 anni di contribuzione
    Non ho mai chiesto la ricongiunzione
    Posso chiedere la totalizzazione, QUANDO POTRO’ ANDARE IN PENSIONE?

  2. Stato ladro, violento e predatore. Queste sono le prime parole che mi vengono in mente a caldo. L’Italia messa a sacco da chi la dovrebbe tutelare. Se tanto mi dà tanto, quello che succede in Grecia non sarà nulla a confronto di quello che accadrà da noi tra un paio d’anni.

  3. Buon sera lamia situazione è questa vivo con mi fratello che è non vedente prende la pensione di invalidità civile con accompagnamento. La mia situazione è questa ho 60 anni è 22 anni di contributi è mi hanno riconosciuto il 67 per 100 di invalidità civile si può fare qualcosa per andare in pensione in anticipo. Distinti saluti Raffaele Tanzi

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