Quando si tratta di calcio, si sa, noi italiani siamo disposti a tutto: pur di seguire le imprese della squadra del cuore c’è chi rinuncia anche alle più elementari esigenze primarie e si arrangia nei modi più ingegnosi pur di stare vicino ai propri campioni. Celebre è la gag tratta dall’intramontabile “Fantozzi” di Paolo Villaggio, in cui i poveri dipendenti nascondono l’amata radiolina nei posti più impensati, per tentare di seguire Italia – Inghilterra durante il noiosissimo documentario imposto dal feroce capufficio. Oggi che le radioline hanno ormai (quasi definitivamente) ceduto il passo a parabole e pay-tv, i problemi che nascono sono altri: si assiste infatti alla faticosa resistenza di chi, non volendo rassegnarsi, cerca di procurarsi le immagini – una volta disponibili per tutti – anche con sistemi non del tutto leciti. E’ questo il caso dei numerosi siti internet “pirata”, posti recentemente sotto sequestro dal gip del Tribunale di Milano, a seguito della denuncia da parte di Mediaset (titolare dei diritti di riproduzione degli eventi sportivi in questione), sulla base della asserita violazione del diritto d’autore prevista da una norma (l’art 171, comma 1, lettera a-bis, della legge 633/1941), che era stata introdotta – non a caso, verrebbe da dire – dal governo Berlusconi nel 2005. Ora, è evidente che la ratio ultima di questa disposizione stia evidentemente nel fatto che se un’azienda televisiva spende cifre astronomiche per aggiudicarsi la ripresa esclusiva di un evento (sportivo, in questo caso), è evidente che chiunque la renda  disponibile gratuitamente, anche con altri strumenti quale il web, crei un danno al titolare dei diritti. E’ altrettanto vero, tuttavia, che appellarsi alla protezione di “un’opera dell’ingegno” , quale motivazione per giustificare il sequestro, desta scalpore: non tanto perchè non si possa qualificare come opera dell’ingegno un colpo di tacco o un dribbling funambolico (anzi, molti appassionati di calcio saranno certamente di questo avviso ..! ), quanto perchè oggetto di protezione del provvedimento sono “le videoriprese di tali eventi (…), allorquando si caratterizzano per uno specifico apporto di tipo tecnico e creativo“. Certamente una videocronaca realizzata da un telecronista particolarmente apprezzato, magari con il supporto di un commentatore tecnico di grande autorevolezza e di una regia che fornisce immagini particolari ed efficaci, può essere considerata un’opera intellettuale e come tale degna di tutela. Pertanto, immettere abusivamente le immagini di tale videocronaca nella rete, rendendole disponibili gratuitamente, è certamente una violazione di tale tutela. Quello che viene spontaneo domandarsi è se l’appiglio normativo sarebbe stato idoneo a infliggere il sequestro, qualora gli hackers coinvolti non avessero riprodotto le stesse immagini comparse in tv, ma si fossero recati personalmente allo stadio, avessero effettuato in proprio le riprese, con modalità diverse da quelle della regia Mediaset (senza quindi la telecronaca e il commento tecnico) e le avessero poi messe in rete a disposizione gratuita degli utenti. Chiaramente, anche in questo caso sarebbe derivato un danno al titolare di diritti, ma probabilmente la denuncia avrebbe dovuto essere impostata su differenti basi normative; in una simile eventualità, sembrerebbe maggiormente condivisibile, da parte di chi scrive, l’argomentazione – disattesa dal Gip – del difensore dei provider sequestrati, secondo cui “gli incontri sportivi non possono essere considerati quali creazioni intellettuali qualificabili come opere ai sensi della direttiva sul diritto d’autore“. Come si vede, dal punto di vista strettamente giuridico, la vicenda si presta ad interpretazioni assai sfumate: quello che appare incontrovertibile, tuttavia, è l‘aspetto – per così dire – sociale della faccenda: la restrizione della visione delle partite di calcio ad un numero di eletti, in grado di permettersi gli abbonamenti alle pay-tv, è una pratica alla quale ci siamo oramai assuefatti, ma l’esistenza stessa di soggetti che si industriano per usufruire dello spettacolo “a sbafo”, è la testimonianza che si tratta di una pratica mai veramente digerita.

Il calcio in chiaro, diciamolo francamente, era tutta un’altra cosa..


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1 COOMENTO

  1. Mi permetto di dissentire leggermente, poiché il calcio totalmente in chiaro, cioè visibile a tutti da canali nazionali gratuiti, pubblici o privati a scopi commerciali, non c’è mai stato. Prima della pay-tv nessuno vede alcuna partita interamente, se non quelle di coppa (nazionale o internazionale).

    Mediaset cerca da diverso tempo di bloccare ogni video che, pur essendo di sua proprietà, viene messo online da sconosciuti, ad esempio su YouTube. Penso che fa ciò che farebbero tutti gli altri e che sicuramente già fanno, perché la conseguenza di un numero notevole di visite è una forte pubblicità, per cui i soldi di questa li vuole incassare giustamente lei, il problema non è l’aver “rubato” la telecronaca e le riprese originali, ma la mancanza di ulteriori possibili introiti.

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