Nell’ultima settimana le notizie sulla situazione in Mali hanno preso la scena. Perché si è cominciato a parlare del paese dell’Africa Occidentale solamente ora?

Prima dello scorso marzo il Mali era uno tra i più virtuosi paesi africani, avendo goduto fin dal 1992 di un periodo democratico di grande pace. Il 22 marzo 2012, un gruppo di militari ha rovesciato la repubblica con un colpo di Stato, sospendendo la Costituzione democratica. Approfittando del caos in cui versava il paese, i Tuareg (una delle etnie del Nord del paese) hanno riempito il vuoto di potere creatosi, estromettendo il presidente legittimamente eletto, Touré, alleandosi con le fazioni fondamentaliste e proclamando l’indipendenza della zona settentrionale del Paese, l’Azawad. Molti dei Tuareg coinvolti nella rivolta erano stati mercenari nella Libia di Gheddafi, tornati in patria armati e ben addestrati dopo la guerra dello scorso anno.

A dicembre la risoluzione ONU 2085, che definiva “criminali e terroristi” i gruppi che agivano nel Nord del Paese, ha legittimato un intervento militare autorizzando una missione a guida africana che sostenesse le autorità maliane. La risoluzione prevedeva la partecipazione di ECOWAS e dell’Unione Africana per restaurare l’ordine costituzionale e l’unità nazionale.


La vicenda del Mali ha però guadagnato spazio sui giornali quando il 10 gennaio 2013 il presidente maliano ad interim (nominato dalla giunta militare lo scorso aprile) ha annunciato di aver ottenuto l’intervento della Francia per combattere i miliziani del Nord. In pochissimi giorni l’Operazione Sérval – un’operazione francese di aiuto militare e logistico alle forze del governo maliano – è cominciata, permettendo alle forze governative di riconquistare la capitale Bamako il 13 gennaio mentre i governi occidentali – tra i quali l’Italia, gli Stati Uniti e la Germania –assicuravano supporto logistico alla Francia.

Il presidente francese è intervenuto per impedire ai miliziani di raggiungere Bamako, dando il via anche ai combattimenti di terra, dopo i raid aerei, per poter ricacciare i ribelli verso Nord, in attesa che i 3.000 uomini della forza di coalizione internazionale subentrino. Hollande ha fatto sapere che i militari francesi lasceranno il Mali solo quando ci saranno autorità legittime, si avrà un processo elettorale e i ribelli saranno sconfitti. «La Francia non può evitare le sue responsabilità in Africa» ha dichiarato e nonostante qualcuno l’abbia già definita una politica neo-colonialista, quella del presidente francese è una risposta a una «richiesta di aiuto degli stati africani». La Francia in questo momento sta effettivamente difendendo il Mali, e così facendo cerca di proteggere l’Europa dal diffondersi del fondamentalismo islamico nei paesi del Maghreb. Questo intervento francese, sostenuto dalle potenze occidentali, dall’Onu e dall’UA, è dunque anche un riaffermare «la guerra a quel terrorismo che tutti devono impegnarsi a combattere», secondo le parole del ministro francese degli Esteri. Dall’altro canto come non vedere il legame con il sequestro dei 41 ostaggi occidentali avvenuto in Algeria il 16 gennaio? I terroristi islamici che li hanno rapiti hanno giustificato la loro azione richiedendo il ritiro delle forze francesi dal Mali mentre i gruppi di Tuareg e jihadisti promettevano di ripagare Parigi attaccandola in patria. La paura di nuovi attentati terroristici in Europa spinge i paesi occidentali a stringersi attorno all’alleato francese, ma come fermare questa ondata di violenza che infiamma il continente africano?


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